Storia

La prima remigrazione

La storia della Liberia mostra come l’idea di “rimandare indietro” intere comunità non sia mai stata un progetto di emancipazione, ma uno strumento per rimuovere presenze considerate scomode

  • 2 ore fa
  • 33 minuti fa
Foto d'archivio: La polizia usa cannoni ad acqua contro i partecipanti alla marcia contro il "Vertice sulla Remigrazione" dopo gli scontri a Milano, 17 maggio 2025

Foto d'archivio: La polizia usa cannoni ad acqua contro i partecipanti alla marcia contro il "Vertice sulla Remigrazione" dopo gli scontri a Milano, 17 maggio 2025

  • keystone
Di: Laser/Mat 

Nel dibattito europeo c’è una parola che sembra tecnica, quasi burocratica, e invece porta con sé un’idea antica: “re‑migrazione”. In teoria indica il ritorno volontario di un migrante nel Paese d’origine. In pratica, nel linguaggio delle destre estreme, diventa un modo per rendere accettabile ciò che accettabile non è: pressioni, incentivi mascherati, rimpatri forzati. Non a caso, in Germania è stata bollata come «Unwort», segnalando il suo uso distorto e discriminatorio.

La storia offre un precedente che vale la pena ricordare. La Liberia nacque proprio da un progetto di “ritorno”: riportare in Africa i discendenti degli schiavi afroamericani. Un’idea che affonda nelle piantagioni della Virginia e approda sulla costa occidentale dell’Africa, in uno Stato che porta un nome impegnativo: Liberia, ovvero Libertà.

Nel Settecento, il “primo grande risveglio” religioso mise in crisi la compatibilità tra cristianesimo e schiavitù. Enrico Dal Lago, intervistato da Claudio Visentin in Laser, ricorda che quel movimento «divenne un motore per il movimento contro la schiavitù» e che molti proprietari si convertirono a confessioni che consideravano la schiavitù un peccato. Ma la contraddizione restava: Thomas Jefferson, autore della Dichiarazione d’Indipendenza che proclama che «tutti gli uomini sono creati uguali», era lui stesso un grande piantatore. Dal Lago parla di una «gigantesca contraddizione» tra ideali illuministici e realtà quotidiana.

27:57
immagine

La prima remigrazione?

Laser 20.05.2026, 09:00

  • iStock
  • Claudio Visentin

Quando il sistema delle piantagioni iniziò a indebolirsi, la schiavitù non scomparve: trovò un nuovo motore economico. Giulio Tallini ricorda che allora «lo schiavismo non era morto negli Stati Uniti» e che anzi si rilanciò «attraverso la produzione di cotone». L’innovazione della sgranatrice di Whitney rese rapidissima la pulizia del cotone, che fino ad allora era lentissima e poco redditizia. Eliminato quel «collo di bottiglia produttivo», il cotone divenne improvvisamente un affare enorme. E poiché la raccolta restava interamente manuale, l’esplosione del mercato richiese ancora più forza lavoro schiavizzata. La tecnologia, invece di ridurre la schiavitù, la rese più profittevole e ne accelerò l’espansione nel Deep South.

Ma proprio mentre la schiavitù si rafforzava, la presenza degli afroamericani liberi diventava sempre più scomoda per la società bianca: erano la prova vivente che si poteva essere neri e non schiavi, un elemento destabilizzante in un sistema che si stava irrigidendo. Da qui l’idea, per molti bianchi, di “rimuoverli” dal corpo sociale, presentando il ritorno in Africa come soluzione ordinatrice.

È in questo clima che nacque l’American Colonization Society, nel 1816. Un’alleanza strana: abolizionisti convinti che l’Africa fosse un’opportunità per gli schiavi liberati, e piantatori che volevano liberarsi dei neri liberi, considerati una minaccia. L’idea razzista era esplicita: «la cosa migliore per la razza bianca era che le persone di discendenza africana fossero riportate in Africa». Ma la maggior parte degli afroamericani non voleva partire: erano nati negli Stati Uniti, si sentivano americani. Solo 6.000 persone furono inviate in Liberia.

La Liberia, indipendente dal 1847, fu governata per oltre un secolo dai discendenti degli afroamericani emigrati, che riprodussero molte gerarchie del mondo da cui provenivano, escludendo le popolazioni indigene. Poi arrivarono colpi di stato, guerre civili, epidemie. Oggi il Paese resta fragile.

Questa storia non è un reperto da archivio. È un avvertimento. Mostra come l’idea di “rimandare indietro” intere comunità sia sempre stata accompagnata da retoriche paternalistiche e da un linguaggio che addolcisce ciò che non è dolce. La “re‑migrazione” non è un’invenzione recente: è un vecchio riflesso che ritorna con parole nuove.

Ti potrebbe interessare