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Il giorno in cui il mondo frenò l’atomica

Dalla nascita del TNP alla crisi odierna: tra Iran, Ucraina e il vuoto dei trattati, anche la Svizzera si ritrova a fare i conti con la fragilità dell’ordine nucleare che scelse il 9 marzo 1977

  • Oggi, 08:00
Bomba atomica
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Di: Elizabeth Camozzi 

Il 9 marzo 1977 la Svizzera aderiva al Trattato di non proliferazione nucleare (TNP), scegliendo di stare dalla parte della sicurezza globale.

Poco meno di cinquant’anni dopo, quel pilastro sembra scricchiolare proprio mentre il mondo torna a parlare di atomica con il fiato sospeso. L’idea che il nucleare fosse una minaccia consegnata al passato è svanita: la crisi atomica riaffiora con una forza che non si vedeva dagli anni Sessanta e, oggi, tra i bombardamenti in Iran, le centrali sotto tiro in Ucraina e il crollo degli ultimi accordi di controllo (con la scadenza del trattato New START) il sistema costruito per evitare l’impensabile appare più fragile che mai.

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Nucleare, scaduto il trattato New Start

Telegiornale 05.02.2026, 20:00

Nel luglio 1968 il Trattato venne aperto alla firma di Stati Uniti, Unione Sovietica e Regno Unito, sancendo un compromesso storico: i cinque Stati che avevano testato ordigni prima del 1967 potevano mantenerli, ma tutti si impegnavano a negoziare il disarmo e a impedire la diffusione dell’arma; agli Stati non nucleari venivano garantiti gli usi pacifici dell’energia atomica sotto salvaguardia dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA). Il TNP entrò in vigore nel 1970, fu esteso a tempo indeterminato nel 1995 e conta oggi 191 Stati parte; la Svizzera lo ratificò il 9 marzo 1977.

Un equilibrio – spesso definito il “grande patto” del TNP – che non nasceva solo da ideali di pace, ma da una logica di necessità: contenere la corsa agli armamenti e impedire che ogni crisi regionale si trasformasse in un detonatore globale. Il testo ufficiale ricorda i tre pilastri che ancora oggi lo sorreggono: non proliferazione, disarmo, usi pacifici del nucleare (RS 0.515.03, DFAE, 2018). Una rete di impegni che secondo AIEA e ONU, ha reso il TNP l’accordo di disarmo più universalmente ratificato.

Eppure, la sua storia è anche una lunga tensione tra obblighi e aspettative tradite. Mentre i Paesi non nucleari rispettavano il divieto di acquisire la bomba, gli Stati dotati rallentavano il cammino del disarmo. Le conferenze di revisione del 2015 e del 2022 si sono chiuse senza documento finale, segno di un regime sotto stress geopolitico.

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Rischi nucleari più elevati che mai

Telegiornale 03.08.2022, 14:30

A rendere ancora più fragile questa architettura è intervenuta, nel 2026, una cesura profonda: la campagna di attacchi condotta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo, giustificata ufficialmente con l’intento di fermare lo sviluppo di armi nucleari. L’operazione è culminata con la morte della Guida Suprema Ali Khamenei ed è stata seguita da lanci iraniani contro Israele e contro basi statunitensi nella regione. Un’escalation che ha spinto l’AIEA a convocare una sessione straordinaria del Board of Governors per valutare l’impatto degli attacchi sugli impianti nucleari sottoposti a salvaguardia internazionale.

In Ucraina, intanto, la sicurezza nucleare civile resta precaria: Zaporižžja, la più grande centrale del continente, ha perso la linea di riserva ed è rimasta affidata a un’unica alimentazione esterna, rendendo necessari cessate il fuoco locali per ripristinare le connessioni. Vulnerabilità profonde che compromettono quasi tutti i “sette pilastri fondamentali della sicurezza nucleare interna ed esterna nei conflitti armati” indicati dall’AIEA.

Sul fronte del controllo degli armamenti, il 5 febbraio 2026 è poi scaduto il trattato New START, l’ultimo che poneva limiti verificabili alle forze strategiche USA‑Russia: per la prima volta dal 1972 non esistono dunque più vincoli legali reciproci, con rischi di corsa agli armamenti e opacità strategica (fine delle ispezioni, scambi di dati o verifiche per conoscere lo stato dei rispettivi arsenali).

In questo mosaico di crisi la domanda che si impone è la stessa che aleggia da anni: il Trattato di non proliferazione nucleare è ancora sufficiente a contenere un mondo atomico in ebollizione?

La Svizzera, che dal 1977 sostiene un approccio multilaterale e graduale al disarmo, guarda a quell’adesione come a una responsabilità rinnovata. Ma se il TNP ha funzionato nel frenare la proliferazione “orizzontale”, il rischio attuale è il collasso “verticale”: il venir meno della fiducia, del controllo reciproco, dei canali diplomatici. La lezione storica è dunque tanto semplice quanto dura: il trattato ha limitato i danni della competizione nucleare e ha creato abitudini di controllo che hanno tenuto il mondo lontano dall’abisso. Ma da solo non basta.

Dopo Iran, Zaporižžja e lo stand-by del New START, o si rinforza la cornice con una vera riduzione del rischio, ispezioni più solide e un ritorno a impegni negoziali, oppure la norma collettiva rischia di spezzarsi proprio quando ce ne sarebbe più bisogno. In questo senso, il 9 marzo non è solo memoria: è una scadenza con la realtà.

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