Dalle prime fermentazioni accidentali nel Caucaso ai vigneti ordinati del Mediterraneo, la storia del vino è una lunga trama che intreccia agricoltura, commercio e cultura. Gli archeologi fissano l’inizio di questo percorso tra il 6000 e il 4000 a.C., quando l’uomo iniziò a domesticare la vite selvatica (Vitis vinifera sylvestris), selezionandone le caratteristiche fino a ottenere le prime varietà coltivate. Non una semplice scoperta alimentare, ma una rivoluzione: il vino divenne presto simbolo di status, oggetto rituale e, soprattutto, prodotto da scambiare.
A diffonderlo nel mondo antico furono le grandi civiltà del Mediterraneo. Egizi e Mesopotamici ne perfezionarono le tecniche, mentre Fenici e Greci lo portarono sulle loro rotte commerciali. In Italia, però, furono gli Etruschi a trasformare la viticoltura in una vera arte, molto prima che Roma ne facesse un pilastro economico dell’Impero. Strumenti agricoli, affreschi e reperti archeologici raccontano di una cultura del vino già sofisticata, legata ai banchetti e alla vita sociale.
Oggi, a distanza di millenni, è la scienza a restituire nuovi dettagli su quella storia. Uno studio pubblicato sul Journal of Archaeological Science ha acceso i riflettori su Cetamura del Chianti, un sito toscano che ha restituito centinaia di vinaccioli perfettamente conservati. Attraverso analisi genetiche, spettroscopia e datazioni al radiocarbonio, i ricercatori hanno scoperto che una stessa varietà di vite è stata coltivata per secoli, attraversando senza soluzione di continuità il passaggio dagli Etruschi ai Romani.
Il dato è sorprendente e racconta molto più di una semplice pratica agricola. La vite, infatti, può essere moltiplicata per talea: ogni nuova pianta è un clone identico della precedente. Questo consente di mantenere inalterate le caratteristiche dell’uva e spiega perché alcune varietà siano sopravvissute così a lungo. A Cetamura, oltre un quarto dei vinaccioli analizzati apparteneva a un unico lignaggio, rimasto in uso per centinaia di anni.
Ma il quadro non è statico. Accanto a questa continuità, emergono segni di cambiamento e apertura. Le analisi mostrano infatti la presenza di altre varietà, alcune geneticamente vicine a viti coltivate in Francia o nell’Europa centrale. Una rete di scambi che, già in epoca romana, permetteva la diffusione di vitigni e saperi su scala continentale. Il vino, insomma, viaggiava - e con lui viaggiavano le sue radici.

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C’è poi un altro elemento che ribalta alcune certezze: il colore delle uve. Gli scienziati hanno individuato tracce genetiche che indicano la presenza di varietà a bacca chiara già in epoca etrusca. In altre parole, il vino bianco - o comunque più chiaro - era probabilmente prodotto e consumato ben prima dell’affermazione delle tradizioni moderne. Una scoperta che contrasta con l’immagine contemporanea del Chianti, oggi legato quasi esclusivamente ai rossi.
Le origini del vino si rivelano così come un equilibrio sottile tra innovazione e conservazione. Da un lato la capacità di tramandare nei secoli le stesse varietà, dall’altro l’apertura a nuove influenze e contaminazioni. Un processo che ha modellato non solo l’agricoltura, ma anche i gusti, le economie e le identità dei popoli.
Ogni bicchiere racconta questa storia millenaria. Non solo il risultato di una fermentazione, ma l’eredità viva di scelte, scambi e tradizioni che affondano le radici nel cuore stesso della civiltà umana.

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