C’è un gesto che, più di molti altri, racconta il senso profondo dell’orto: non raccogliere tutto. Lasciare che qualche cipolla, delle carote o alcune radici di barba di becco completino il proprio percorso, vadano in fiore, maturino e infine consegnino nuovi semi. È qui che l’orto smette di essere soltanto uno spazio produttivo e diventa un laboratorio vivente di ecologia, memoria agricola e osservazione scientifica. È questo il filo conduttore del servizio realizzato presso l’orto dimostrativo di Pro Specie Rara a San Pietro di Stabio, dove la produzione di sementi rare si intreccia con pratiche di coltivazione semplici, sostenibili e replicabili anche in un orto familiare.

I semi della barba di becco (Tragopogon pratensis L.) pronti alla dispersione
«Le dimensioni sono quelle dell’orto familiare», osserva Manuela Ghezzi, responsabile progetti di Pro Specie Rara, sottolineando che anche in piccoli spazi è possibile riprodurre semi di ortaggi scegliendo specie adatte al clima, al tempo disponibile e alla grandezza delle aiuole. L’orto di Pro Specie Rara non viene presentato come un modello ideale e irraggiungibile, ma come una pratica alla portata di chi coltiva per passione e desidera fare un passo in più: non solo consumare il raccolto, ma chiudere il ciclo vegetale e produrre i semi.

Tavola botanica della carota (Daucus carota L.)
Dal punto di vista agronomico, le tecniche sono essenziali e molto concrete. La fertilità del suolo viene sostenuta con compost ricavato dagli stessi scarti vegetali dell’orto e con concimi biologici a lenta cessione, come il truciolato di corno bovino; la superficie del terreno viene poi protetta con pacciamatura di fieno, utile per limitare l’evaporazione, mantenere il suolo più fresco e ostacolare la crescita delle erbe indesiderate. Sono pratiche ben note anche nella letteratura orticola: compost e sostanza organica migliorano struttura, aerazione e capacità del terreno di trattenere acqua, mentre la pacciamatura riduce il fabbisogno irriguo e semplifica la gestione delle infestanti.

Un orto a mosaico costituisce anche uno scrigno di biodiversità
Il cuore del lavoro è la cosiddetta selezione massale, una pratica antica e intuitiva: durante la coltivazione si osservano gli ortaggi e si scelgono gli individui più sani, più vigorosi e più fedeli alle caratteristiche della varietà, non per la tavola, ma per la riproduzione. Il caso delle cipolle e delle carote è particolarmente istruttivo perché si tratta di specie biennali: nel primo anno producono l’organo che mangiamo; nel secondo, dopo aver superato l’inverno, investono le proprie risorse nella fioritura e nella maturazione dei semi. Conservare e ripiantare i soggetti migliori è garanzia del mantenimento delle caratteristiche della varietà attraverso le generazioni.
Agricoltura urbana
RSI Info 01.06.2021, 15:27
È anche una piccola rivoluzione culturale. Nell’orto domestico siamo abituati a fermarci al raccolto e ricorrere all’acquisto dei semi per la stagione successiva. La produzione di sementi ci obbliga invece a ragionare in termini di tempo lungo, di osservazione e di continuità. Non si coltiva solo per mangiare oggi, ma anche per custodire una varietà domani
Lo stesso principio rende l’orto uno straordinario modello didattico. Nora Buletti, collaboratrice didattica attiva in Ticino nei progetti di orticoltura educativa di Bioterra come, per esempio il programma “Giardinieri in erba”, ci racconta l’esperienza con le classi di scuola elementare e come la coltivazione diventi una palestra di apprendimento concreto: preparare il terreno, piantare, aspettare, osservare, raccogliere. Secondo la FAO, i giardini scolastici sono insieme strumenti pratici ed educativi: insegnano a coltivare in modo sostenibile, rafforzano il lavoro di gruppo, collegano scienze, ambiente, alimentazione e competenze di vita. È esattamente ciò che emerge anche dai percorsi di Bioterra basati sull’orticoltura didattica.
Coltivare esperienze con gli orti didattici
RSI RSI Food 21.04.2026, 15:37
«Nell’orticoltura pensiamo che il bambino abbia un’esperienza multisensoriale molto arricchente», spiega Nora Buletti. E aggiunge un aspetto decisivo: l’orto insegna «il tempo più lento e l’imprevedibile». È una lezione preziosa, forse ancora più oggi, in un contesto in cui i bambini hanno sempre meno occasioni di confrontarsi con processi naturali reali, fatti di attesa, errori, stagioni e trasformazioni. Il timore iniziale di sporcarsi le mani nella terra, racconta Buletti, lascia presto spazio alla curiosità, alla fiducia e perfino al gusto di assaggiare erbe e verdure mai provate prima.

Un orto scolastico sul tetto di una scuola elementare in Cina
In fondo, il seme è un concentrato perfetto di divulgazione scientifica: contiene genetica, ecologia, agronomia, evoluzione, clima, alimentazione e cultura materiale. Ma contiene anche un messaggio più semplice e profondo: la natura non è fatta solo di prodotti finali, bensì di relazioni e cicli. Coltivare un orto per i semi significa accettare di non interrompere quel racconto a metà. E forse è proprio questa la sua lezione più attuale: imparare che la fertilità non nasce dall’accelerazione, ma dalla cura; che la biodiversità si difende coltivandola; e che anche una piccola aiuola può diventare, allo stesso tempo, dispensa, banca dei semi e aula a cielo aperto.






