Quando il cielo assume una sfumatura lattiginosa e sulle auto compare una sottile patina rossastra, la spiegazione è quasi sempre la stessa: si tratta di polvere proveniente dal Sahara. Se avete l’impressione che questo fenomeno negli ultimi tempi si presenti più di frequente, non vi sbagliate: a dirlo è una ricerca unica nel suo genere coordinata dal Paul Scherrer Institut (PSI) e pubblicata sulla rivista Nature.

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Lo studio mostra che negli ultimi dieci anni la quantità di polvere desertica presente nell’aria europea è aumentata in modo significativo. Una tendenza che potrebbe intensificarsi con il cambiamento climatico e che rischia di compromettere parte dei progressi ottenuti nella lotta all’inquinamento atmosferico.
Perché aumenta?
“Le cause di questo aumento sono legate a un cambiamento nella circolazione atmosferica, che porta sempre più spesso venti forti da quella regione verso l’Europa”, spiega alla redazione di Alphaville Claudia Mohr, professoressa all’ETH di Zurigo e ricercatrice specializzata in chimica degli aerosol presso il Paul Scherrer Institut, dove dirige il Laboratorio di chimica atmosferica. E non è tutto: “Con temperature più elevate aumenta l’aridità del territorio e i deserti del Nord Africa tendono a espandersi”, aggiunge. La conseguenza è un aumento di disponibilità di sabbia desertica.
La presenza più elevata si registra nell’Europa meridionale, dove la concentrazione media di polvere desertica si attesta su 5,3 microgrammi per metro cubo d’aria, più del doppio rispetto all’Europa centrale e settentrionale, dove è stata misurata una concentrazione media di 2,1 microgrammi. Nel complesso, in questo periodo la quantità di polvere è aumentata di circa mezzo microgrammo per metro cubo, per una crescita percentuale tra il 10 e il 25%.

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Come riconoscerla
A differenza di quanto si potrebbe pensare, misurare la concentrazione di polveri sottili nell’aria non permette di stabilire immediatamente da dove provengano. Le particelle emesse dal traffico, dal riscaldamento domestico, dall’industria e quelle trasportate dal Sahara hanno infatti dimensioni molto simili, dell’ordine di uno o due micrometri.
“Per capire se si tratta di polvere desertica sono necessarie analisi chimiche e fisiche”, spiega Claudia Mohr. “Le particelle vengono identificate grazie alla loro composizione, ad esempio per la presenza di elementi come silicio, alluminio, ferro e titanio, oppure osservando il modo in cui riflettono la luce”.
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Per ricostruire il fenomeno su scala europea, i ricercatori hanno raccolto e analizzato migliaia di misurazioni provenienti da oltre cento stazioni di monitoraggio, integrandole con osservazioni satellitari e modelli atmosferici. Tutti questi dati sono stati elaborati con un sistema di intelligenza artificiale capace di ricostruire la distribuzione della polvere desertica negli ultimi dieci anni.
Danni alla salute, e non solo
Le particelle provenienti dal Sahara rientrano nella stessa categoria delle polveri sottili emesse dall’uomo e possono provocare lo stesso tipo di danno alla nostra salute per inalazione. Secondo la letteratura scientifica, nei giorni caratterizzati da elevate concentrazioni di polvere desertica si osserva un aumento dei decessi legati a malattie cardiovascolari e respiratorie. Gli effetti cronici sono ancora oggetto di ricerca, ma rappresentano una delle principali motivazioni che hanno spinto gli scienziati ad approfondire il fenomeno.
L’aumento di polveri provenienti dal Sahara ha anche delle conseguenze sul nostro approvvigionamento energetico: “Le minuscole particelle sospese nell’aria riflettono parte delle radiazioni solari, riducendo la quantità di luce che raggiunge i pannelli fotovoltaici. Depositandosi sulla loro superficie, la polvere ne diminuisce ulteriormente l’efficienza”.
https://rsi.cue.rsi.ch/info/svizzera/180%E2%80%99000-tonnellate-di-Sahara-sulla-Svizzera--2111180.html
La soluzione? Limitare la desertificazione
A differenza delle polveri sottili emesse dall’uomo, limitate da normative e presenti nell’atmosfera in misura sempre minore, non è possibile intervenire direttamente sulle ondate di polvere in arrivo dal Sahara se non ponendo un freno alla desertificazione. “L’unica soluzione è fermare i cambiamenti climatici per ridurre l’inaridimento di queste aree”, afferma Claudia Mohr. “Nel frattempo, sarà fondamentale continuare a ridurre le emissioni di polveri sottili di origine umana, così da mantenere il più basso possibile il livello complessivo di polveri sottili nell’aria”, conclude.

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