Andare a un concerto costa in media sempre di più. Questo non è solo valido per le grandi tournée internazionali negli stadi o delle superstar mondiali; anche in Svizzera e in Ticino organizzare eventi musicali sta diventando in effetti progressivamente più difficile e oneroso.
Sul tavolo ci sono diversi fattori: l’aumento dei cachet degli artisti, i costi tecnici sempre più alti, il calo degli sponsor e il rischio che la musica dal vivo diventi un’esperienza accessibile solo a una parte del pubblico. “Ho paura che si torni all’Ottocento”, ha osservato Jacky Marti, fondatore di Estival Jazz, intervenuto alla trasmissione Prima Ora. “A quel tempo la musica era elitaria: nei salotti borghesi andavano i benestanti. La musica invece dovrebbe unire, essere condivisa da tutti”.
Marti, che per quasi cinquant’anni ha guidato artisticamente Estival Jazz, sottolinea come il problema non sia tanto il biglietto in sé, quanto le conseguenze sull’offerta musicale. Quando un evento deve necessariamente vendere molto, secondo lui, il rischio è che si punti sempre di più su artisti “sicuri” dal punto di vista commerciale, lasciando meno spazio a proposte innovative o sperimentali.

Jacky Marti, fondatore di Estival Jazz, che ha lasciato dopo quasi 50 anni
Quando la musica live diventa business
Negli ultimi anni il settore musicale è cambiato radicalmente. Una volta il concerto serviva soprattutto a promuovere un disco; oggi, con il crollo delle vendite musicali, il live è diventato la principale fonte di reddito dell’industria. “Non è un capriccio degli artisti”, ha detto ancora Marti. “Sono aumentati i costi della tecnica, della logistica, della promozione. Costa tutto molto di più”.
Secondo Michele Gatti, fondatore di Horang Music e organizzatore del Never Mind Music Fest di Bellinzona, il problema è più complesso di quanto sembri dall’esterno. “Quando si dice che un artista costa troppo si semplifica molto”, ha spiegato. “Noi non compriamo solo l’artista: compriamo uno spettacolo intero. Dentro ci sono musicisti, tecnici, trasporti, alloggi, scenografie e noleggi”.
Gatti parla anche di una progressiva “finanziarizzazione” dell’industria musicale, dominata sempre di più da grandi gruppi internazionali. “Le agenzie raccolgono offerte da tutto il mondo. Se sul tavolo ce ne sono cinquanta più alte della tua, è chiaro che certi artisti non arriveranno”.
Dai piccoli club agli show negli stadi: la situazione non cambia
Il mercato è quindi sempre più competitivo e concentrato sui grandi nomi. Gabriel Broggini dei Sinplus ha paragonato la situazione a quella del calcio: “I cachet delle superstar stanno raggiungendo cifre enormi e chi ne paga le conseguenze alla fine è l’amante della musica”. Per il musicista ticinese il problema riguarda anche gli artisti emergenti o di fascia media. “I posti sono sempre meno, perché chi organizza tende a investire su chi garantisce la vendita dei biglietti”.
Anche il pubblico risente di questi aumenti. Negli Stati Uniti, ad esempio, il prezzo medio di un concerto è passato da 37 dollari nel 2001 a circa 90 nel 2025. Negli stadi la media supera ormai i 200 dollari a biglietto. E alcuni casi sono emblematici: vedere gli Oasis a Wembley costava 44 sterline nel 2009; oggi, per lo stesso posto, il prezzo supera le 150 sterline.
A cambiare non sono però solo i prezzi, ma anche il tipo di spettacolo. Ellis Cavadini - speaker di Rete Tre - ha spiegato come molti concerti siano ormai diventati produzioni gigantesche, con scenografie, effetti visivi e componenti teatrali sempre più elaborate. “Dieci anni fa vedevi un rapper in un club pagando magari 15 euro. Oggi vai negli stadi e trovi uno show enorme, con luci, narratori e scenografie. Non è più solo musica”.

I Sinplus (Gabriele Broggini, sulla sinistra) durante la semifinale dell'Eurovision Song Contest nel 2012
La musica non deve diventare un lusso
Secondo gli ospiti intervenuti, in sostanza, il rischio è duplice: da una parte il pubblico, soprattutto giovane, potrebbe non riuscire più a permettersi più concerti all’anno; dall’altra si rischia un impoverimento dell’offerta culturale, con meno spazio per artisti emergenti o progetti meno commerciali.
“La vera domanda”, ha detto Marti, “è se oggi la musica venga considerata un investimento culturale oppure semplicemente un costo”.
Sia Marti sia Broggini sostengono che enti pubblici e istituzioni dovrebbero continuare a sostenere la musica dal vivo come elemento culturale ed educativo. “La musica dovrebbe essere vista come un investimento”, ha detto Broggini. “Altrimenti continueremo a vedere sempre gli stessi grandi nomi che fanno numeri, ma si perderà la possibilità di far scoprire qualcosa di diverso al pubblico”.
Il quadro dipinto è che il mondo dei concerti sta attraversando una fase di forte trasformazione. La sfida, oggi, è trovare un equilibrio tra sostenibilità economica, qualità dell’offerta e accessibilità per il pubblico, evitando che la musica dal vivo diventi un’esperienza riservata solo a pochi.






