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Met Gala: la moda dall’aristocrazia allo show business

“Fashion is Art” era il titolo della serata organizzata da Anna Wintour a New York, ma la prima edizione sponsorizzata da Jeff Bezos ha offerto un’immagine della moda come intrattenimento: esattamente quello che è diventata nell’ultimo quarto di secolo

  • Oggi, 12:00
  • 2 ore fa
Nicole Kidman, Lauren Sanchez e Anna Wintour, Met Gala 2026

Nicole Kidman, Lauren Sanchez e Anna Wintour, Met Gala 2026

  • IMAGO / Everett Collection
Di: Michele R. Serra 

E così, anche il primo Met Gala sponsorizzato da Jeff Bezos è andato, in attesa che il miliardario più ricco del mondo (o il secondo, a seconda della classifica consultata) rompa finalmente gli indugi e decida di comprarselo, insieme a Vogue e all’editore Condé Nast tutto, per regalarlo alla moglie.

Heidi Klum, Met Gala 2026

Heidi Klum, Met Gala 2026

  • IMAGO / Cover-Images

Sulla scalinata del Metropolitan Museum of Art hanno sfilato abiti da sera ispirati alla scultura classica (fino a Heidi Klum vestita proprio da statua, come i mimi che si incontrano spesso nelle piazze centrali delle grandi città), vera eleganza, cattivo gusto e eccessi carnevaleschi – che in alcuni casi non si possono che giudicare positivamente, come in quello di Madonna in versione strega del mare. Il tema della serata era «Fashion is Art»; quello che rimane, però, non è un’idea di moda museale, né tantomeno d’avanguardia; la cosa più importante, come sempre, è stata la viralità delle immagini, rappresentazione plastica di un’epoca in cui la moda è parte integrante dello spettacolo. Così, Bad Bunny in cosplay da anziano funziona comunque, anche se il vestito è brutto.

Bad Bunny, Met Gala 2026

Bad Bunny, Met Gala 2026

  • IMAGO / Cover-Images

Ma andiamo con ordine.

Breve storia del Met Gala

Tutte le storie di successo, si sa, cominciano con un’eredità.
Quella del Met Gala, comincia con l’eredità ricevuta da Irene Lewisohn alla morte del padre Leonard, magnate del commercio di metalli: nel 1902 l’uomo lascia alla figlia 12 milioni di dollari dell’epoca, l’equivalente di mezzo miliardo attuale, spicciolo più, spicciolo meno. Con una piccola parte di quei soldi Irene fonda a New York il Museum of Costume Art, che nel 1946 si unisce con il Metropolitan Museum of Art, diventando Costume Institute. Due anni dopo, arriva sulla scena Eleanor Lambert, la PR che aveva appena creato la New York Fashion Week, nuova vetrina per la moda mondiale in anni in cui Parigi era ovviamente impossibilitata a svolgere quel ruolo, causa occupazione da parte dei tedeschi. Nel 1948 la Lambert inaugura anche il Costume Institute Benefit, un evento di raccolta fondi a favore del Costume Institute e delle sue mostre: una cena di mezzanotte (tradizione tipica dell’aristocrazia dell’epoca, ormai pressoché perduta) a cui sono invitati membri dell’alta società e della moda newyorkese.

Altre due donne saranno fondamentali per l’evoluzione del Met Gala, entrambe direttrici di Vogue, le più importanti della storia della testata: Diana Wreeland e Anna Wintour. La prima negli anni Settanta sposta la serata di gala al Metropolitan Museum of Art, dandole l’impronta rimasta fino a oggi; la seconda la rende specchio della metamorfosi della moda negli ultimi trent’anni (il primo Gala della Wintour è effettivamente del 1995), da industria a metà tra artigianato e arte a puro intrattenimento contemporaneo. Eccoci arrivati.

Il Met Gala dall’aristocrazia degli anni ‘50 allo show business del 2026

Dunque. Se sia colpa della scomparsa della classe media o dei social non lo sappiamo, ma siamo abbastanza certi che quello che una volta era qualcosa di molto concreto – il lusso della moda – è stato sostituito dalla sua rappresentazione. Oggi una Birkin di Hermés rappresenta esattamente gli stessi valori che rappresentava alla fine del secolo scorso: un’affermazione di status superiore, raggiunto con fatica o ricevuto per nascita; la differenza è che quella stessa borsa non è più fatta di pelle pregiata e del lavoro di artigiani francesi, ma dell’eco di moltissime immagini che rimbalzano su internet e provengono dai quattro angoli del globo.

Non sono più le signore parigine ad averla, ma le influencer di Hong Kong, che la mettono al centro dei loro contenuti per i social. Peraltro, per la produzione di quei contenuti non c’è più alcuna necessità che l’oggetto sia autentico: può essere una copia, completamente diversa al tatto, ma indistinguibile dall’originale alla vista. Se tutto vive di immagini mediate, falso e originale hanno esattamente lo stesso valore. E quel valore – quello delle immagini – è alla portata di tutti, anche quando gli oggetti concreti diventano irraggiungibili per il potenziale consumatore aspirazionale, a causa del rialzo continuo dei prezzi messo in atto dall’industria della moda tutta. L’importante non sono più gli oggetti in sé, ma la loro immagine; e così il lusso non è più una questione di qualità (di materiali o lavorazione), ma di logo. Alle grandi multinazionali non resta che investire per creare immagini, più che prodotti.

Madonna, Met Gala 2026

Madonna, Met Gala 2026

  • IMAGO / Cover-Images

Intendiamoci, le immagini hanno sempre fatto parte del discorso della moda, ma oggi sembrano averlo completamente fagocitato. Ecco perché la vecchia aristocrazia newyorchese dei Met Gala di mezzo secolo fa è stata sostituita con star della musica, del cinema, influencer: le facce dell’intrattenimento contemporaneo. Ognuno vestito con costumi elaboratissimi – e spesso piuttosto divertenti – ma non secondo il proprio gusto, bensì seguendo il lavoro di stylist che passano mesi a vagliare le offerte di diverse aziende, impegnati a contendersi il corpo di attori e cantanti come superficie per appoggiare i loro marchi.
«Fashion is Art», si diceva, e non c’è dubbio che la moda possa ancora essere arte, così come la musica o il cinema. Ma possiamo permetterci di dubitare che sia questa, la moda più simile all’arte. Questa è la moda che ci intrattiene, senza chiedere in cambio impegno o cultura, ma soldi. Oppure, in mancanza di quelli, il controvalore nella valuta più importante dei nostri tempi: l’attenzione.

Legato a Telegiornale, 5.5.2026, 12:30

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