Economia e Finanza

Cacao: prezzi crollati, ma il costo del cioccolato resta “salato”

Materia prima in picchiata, magazzini africani pieni e contadini in difficoltà - Ma le tavolette sugli scaffali svizzeri costano come quando le “fave” valevano oro

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I semi di cacao invenduto si accumulano nei magazzini in Costa d'Avorio

I semi di cacao invenduto si accumulano nei magazzini in Costa d'Avorio

  • Reuters
Di: ATS/AFP/Reuters/Spi 

Una “fotografia” del cacao oggi dovrebbe fondere assieme diversi aspetti all’apparenza inconciliabili: montagne di semi invenduti nei magazzini africani e contadini in difficoltà; multinazionali della materia prima che prosperano in Borsa; cioccolato che non accenna a scendere di prezzo.

Partiamo da quest’ultimo aspetto, il più vicino al consumatore. Dopo aver toccato picchi di oltre 12’000 dollari alla tonnellata nel corso del 2024, il prezzo del cacao è crollato ai livelli di due anni fa. Ad inizio marzo la materia prima del cioccolato viene scambiata a poco più di 3’000 dollari/t. Il calo è stato di circa il 60% da inizio anno. Al momento, però, non si osservano benefici per gli acquirenti. Una tavoletta di Lindt Excellence – prendiamo questo diffuso marchio come raffronto – oggi continua a costare 4,80 franchi sugli scaffali di Coop e Migros, con un rincaro di oltre il 50% rispetto ai 3,15 franchi di inizio 2024, quando il cacao aveva iniziato il suo rally sui mercati.

Lo scorso ottobre la disputa sui prezzi alla vendita aveva innescato un braccio di ferro tra Migros e Lindt & Sprüngli. La trattativa muoveva dalla constatazione che il costo del cacao si era già fortemente ridimensionato, mentre quello del cioccolato era rimasto ai massimi. Per un certo tempo il gigante della distribuzione aveva tolto diversi prodotti Lindt dagli scaffali: un’“interruzione delle forniture” riconducibile alla negoziazione in corso. A inizio dicembre le parti hanno trovato un accordo, il cioccolato è tornato nei negozi, ma i prezzi di vendita sono rimasti invariati. “Eventuali adeguamenti saranno valutati il prossimo anno”, aveva dichiarato la portavoce di Migros. Speranze poi spente a metà gennaio, quando in un’intervista all’agenzia AWP il CEO di Lindt & Sprüngli, Adalbert Lechner, ha annunciato ulteriori rincari nel 2026, seppur significativamente inferiori rispetto al 2025.

Cacao invenduto, la Costa d’Avorio straccia i prezzi

Intanto in Costa d’Avorio, principale produttore mondiale, la situazione ha assunto contorni drammatici. Entro la fine di marzo, quando si concluderà il raccolto principale, il Paese rischia di accumulare fino a 200’000 tonnellate di cacao invenduto. Il motivo è un prezzo garantito per legge ai coltivatori, fissato lo scorso ottobre ben al di sopra delle quotazioni internazionali. Con i prezzi globali crollati del 50% dall’inizio dell’anno, molti esportatori non sono più disposti a pagare i 2’800 franchi CFA al chilo (circa 3,90 franchi svizzeri) stabiliti dal governo, pena forti perdite sui contratti. Il risultato è un blocco delle vendite, magazzini pieni e debiti crescenti per le cooperative. Per dare una scossa alle vendite, mercoledì 3 marzo, “la Costa d’Avorio ha ridotto del 57% il prezzo agricolo fisso pagato ai coltivatori di cacao, portandolo a 1’200 franchi CFA (1,67 franchi svizzeri) al chilo per il raccolto intermedio”, ha dichiarato il ministro dell’Agricoltura Bruno Kone.

A Duékoué, nell’ovest del Paese, il magazzino della cooperativa di Sekou Dagnogo è ormai saturo: i sacchi sono impilati fino quasi al soffitto. “Dobbiamo agli agricoltori un sacco di soldi”, racconta all’agenzia Reuters. Il Consiglio del Caffè e del Cacao, l’ente statale regolatore, ha avviato un programma di riacquisto di 100’000 tonnellate, ma gli esperti stimano che il volume necessario sarà molto più elevato. Nel frattempo, alcuni agricoltori si vedono costretti ad accettare offerte illegali e molto più basse: tra 2,10 e 2,50 franchi svizzeri al chilo, pur di ottenere liquidità.

L’emergenza non è circoscritta alla Costa d’Avorio. Anche in Ghana, secondo produttore mondiale, la discrepanza tra il prezzo fisso garantito ai coltivatori – equivalente a quasi 5’300 dollari a tonnellata – e il prezzo internazionale, sceso ora a 3’000 dollari, ha paralizzato gli acquisti. Migliaia di agricoltori attendono pagamenti per merce consegnata mesi fa, mentre circa 50’000 tonnellate restano bloccate nei porti. Nel distretto di Assin Fosu, Joseph Bermah Dautey, 65 anni, racconta sempre a Reuters di mangiare una sola volta al giorno da tre settimane: non può pagare le rette scolastiche delle figlie. Difficoltà simili per un altro agricoltore, Jacob Agbeko Tetteh, che non ha soldi per sostituire gli alberi ormai troppo vecchi per garantire un raccolto adeguato.

I giganti del cioccolato

Mentre la crisi mette in ginocchio i produttori africani, l’altra faccia della filiera racconta una storia diametralmente opposta. Nelle ultime settimane, le azioni dei grandi gruppi del cioccolato hanno registrato una solida tendenza rialzista: dal gigante americano Mondelez (proprietario dei marchi Milka e Toblerone) a Hershey (che negli USA produce il Kit Kat per Nestlé) al gruppo zurighese Barry Callebaut. Eppure, spiegano gli analisti, questi rialzi non riflettono affatto la solidità delle aziende: i volumi venduti da Barry Callebaut nel primo trimestre 2025/26 sono calati del 9,9%, e anche Mondelez e Hershey hanno registrato contrazioni fino alla fine di settembre.

Secondo Jean‑Philippe Bertschy, analista della banca Vontobel, la crescita in Borsa è dovuta essenzialmente al crollo dei prezzi del cacao. Con i semi sempre più economici, gli investitori scommettono su margini potenzialmente più elevati per le industrie, pur in assenza di miglioramenti nei fondamentali aziendali. Una dinamica che, come sottolinea Manuel Maleki di Edmond de Rothschild, scollega completamente la valutazione delle imprese dalla loro effettiva performance: la speculazione sulle materie prime finisce così per prevalere sulla realtà industriale.

Il paradosso è evidente: mentre le cooperative ivoriane e ghanesi non riescono a vendere cacao nemmeno ai prezzi minimi illegali, e gli agricoltori riducono i pasti quotidiani, le grandi multinazionali della trasformazione beneficiano sui mercati finanziari della stessa crisi che sta impoverendo la base produttiva. E intanto Pasqua, con le sue uova e i suoi coniglietti, s’avvicina.

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La guerra delle nocciole

Alphaville 26.02.2026, 12:05

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  • Marco Pagani
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