Economia e Finanza

L'azionario se ne infischia

Malgrado un anno di politiche restrittive, gli indici europei puntano verso nuovi massimi. Quello svizzero non tiene il passo

  • 09.03.2023, 05:50
  • 20.11.2024, 11:54
Dopo aver incassato il colpo delle Banche centrali, a ottobre gli indici sono ripartiti con vigore inaspettato

Dopo aver incassato il colpo delle Banche centrali, a ottobre gli indici sono ripartiti con vigore inaspettato

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Di: Lorenzo Perren (consulenza Marzio Minoli) 

“Le Banche centrali adottano politiche espansive per aiutare l’economia ad uscire dai periodi di recessione o crisi. Adottano invece le restrittive con l’intento di ridurre i consumi, gli investimenti e raffreddare l’economia in generale”. È l'abc dell'analista dilettante, la regoletta riportata su qualsiasi manuale di macroeconomia, è la massima d'oro che regola i cicli di mercato.

Vista l'ondata inflativa che ha colpito gli Stati Uniti d'America e l'Europa lo scorso anno, le rispettive banche centrali hanno applicato decise (forse non sempre tempestive) misure per contrastarla. Hanno cioè applicato le sopracitate politiche restrittive; aumento dei tassi di interesse, riduzione del bilancio.

E continuano ad applicarle: attualmente la Federal Reserve System (Fed) tiene i tassi d'interesse tra i 4,50%-4,75% - il livello più alto dal 2007 - e la Banca centrale europea (BCE) tra il 2,5% e il 3,25%, i più alti dal 2008. All'orizzonte, nessun cambiamento di rotta, nessun segnale di inversione: "andremo avanti fino a quando il lavoro non sarà terminato". Sono le parole di Jerome Powell, governatore della FED, pronunciate all'inizio dello scorso febbraio, al margine dell'annuncio dell'ottavo aumento dei tassi.

Sulla stessa linea si muove Christine Lagarde, presidente della BCE, che ancora due settimane fa ha ribadito l'intenzione di "mantenere la rotta". E allora? Allora tutto cala; è la regoletta d'oro, giusto?

Indici azionari verso nuovi massimi. Ma quello svizzero non sta dietro

Sì, dall'inizio dell'emanazione delle politiche restrittive, tutti gli indici azionari internazionali hanno accusato il colpo. Chi più chi meno, l'anno scorso gli indici hanno segnato delle cadute nell'ordine dei 10 - 30 punti percentuali. Si guardi soprattutto agli indici americani e a quelli europei, in particolare a quello francese, tedesco, italiano e inglese. Si guardi anche allo Swiss Market Index (SMI), con un crollo del 15%. A ottobre, tuttavia, qualcosa è cambiato e l'azionario ha cominciato ad assorbire la perdita. "Rimbalzo fisiologico" commentavano esperti e analisti.

Ma una cosa che gli esperti non si aspettavano, è sicuramente lo slancio eccezionale registrato dall'azionario europeo nei primi due mesi del 2023, a dispetto di qualsiasi previsione delle Banche centrali. L'indice inglese (UK100) non solo ha recuperato la caduta ma attualmente sta superando tutti i massimi storici di quasi 5 punti percentuali. Allo stesso modo l'azionario francese, che si trova prepotentemente in prossimità dei prezzi più alti mai raggiunti.

Anche la Germania (DAX40) non resta indietro: sebbene disti di ancora 7 punti percentuali dai massimi, ha mostrato una risposta consistente. L'Italia (FTSE MBIN), certamente molto distante dai record segnati nel 2007, ha recuperato quasi completamente il terreno perso durante gli scorsi mesi.

Con qualche sbavatura, gli Stati Uniti sono attualmente i soli ad aver rispettato il copione, con un SP500 sotto del 15%. Ma se si guarda appena un po' oltre, rivolgendosi ad esempio al Dow Jones, vediamo che una caduta di 30 punti ha lasciato spazio ad un recupero di 20.

E la Svizzera? La Svizzera zoppica. Assieme agli altri è caduta, ma nel rialzarsi non è riuscita a tenere il ritmo con la cordata. A seguito di un crollo di quasi 30 punti percentuali (SMI), è riuscita a recuperare poco meno della metà (circa il 13%).

L’inflazione ha dettato il ritmo

Molte sono le ragioni e le cause concorse per generare il vigore azionario descritto sopra, ma il ruolo del leone l’hanno tenuto sicuramente i dati sull’inflazione. A partire dall’ottobre scorso sembrava infatti che le ricette delle Banche centrali stessero producendo gli esiti desiderati.

All’inizio dello scorso autunno, sia in USA che in Europa si assiste a un graduale riabbassamento inflativo; oltre oceano si consolida la discesa estiva, confermandosi sui sei punti percentuali; nel vecchio continente (Euro Area) invece si vede una prima flessione verso il basso, planando dai 10,6 punti di ottobre ai 10,1 punti di novembre.

All’andamento positivo dell’inflazione, si aggiungeva poi quello rassicurante dell’inflazione di fondo (cioè del dato inflattivo depurato dai prezzi del settore energetico). Se gli Stati Uniti mostravano un raffreddamento, passando da 6,6 punti a 6,3, l’Europa sembrava rallentare la salita, imputandosi sui 5 punti dopo i 4,8 precedenti.

In parole povere, si aveva la sensazione che le banche centrali avessero superato lo stress test: le politiche monetarie avevano funzionato, l’inflazione si era calmata e se ne prevedeva la diminuzione. “Il peggio è passato” pensavano alcuni; “il peggio deve ancora arrivare” pensavano altri.

Nell'ultimo trimestre 2022, gli indecisi aspettavano conferme dai dati macroeconomici

Nell'ultimo trimestre 2022, gli indecisi aspettavano conferme dai dati macroeconomici

  • archivio Reuters

I risoluti interventi delle banche centrali avevano infatti messo sul chi vive gli investitori; si temeva una ricaduta più in avanti, si vociferava di un abbaglio di fine estate. Paure e ansie legittime, contrastate prima cautamente, poi con sempre più chiarezza, dai dati relativi all’economia reale.

Un primo dato che, da ottobre fino a gennaio, ha contribuito a rassicurare l’animo degli investitori è sicuramente quello relativo al calo della disoccupazione, sia in USA che in Europa. Nel primo caso, si passa dal 3,7 di fine settembre al 3,1 di gennaio; così in Unione Europea, che vede i suoi valori scendere fino al 6,1, segnando degli inediti minimi storici.

Un secondo dato che ha conciliato il sonno degli azionisti è quello relativo a tre materie prime in particolare: petrolio, gas naturale e grano. Verso la fine dell’estate scorsa tutte e tre le commodity hanno riassorbito i bruschi movimenti causati dalle incertezze politiche internazionali, tornando su livelli di prezzo più accomodanti.

Infine, la buona salute dell’economia mondiale l’ha garantita il Dottor Copper. Impiegato abbondantemente nella produzione industriale, il rame è uno dei metalli più richiesti da un’economia desiderosa di espandersi. L’andamento del suo prezzo rappresenta storicamente una cartina tornasole dell’economia, preannunciando periodi di crescita quando il prezzo sale, anticipando periodi di discesa quando il prezzo cala. E come si comporta il prezzo del rame ad ottobre dello scorso anno? Sale, e fino a gennaio ha continuato a mantenere la tendenza.

Questi tre fatti presi assieme – l’inflazione calante, dati macroeconomici positivi e una normalizzazione delle materie prime – non esauriscono le ragioni della crescita registrata dagli indici azionari europei, ma disegnano una condizione generale che ha corteggiato la fiducia negli investitori e ne ha spinto gli entusiasmi. Entusiasmi di cui hanno beneficiato più o meno tutti in Europa, tranne la Svizzera. Come mai?

Il mancato slancio elvetico

Il franco forte ha giocato un ruolo importante nel determinare l'andamento degli indici azionari svizzeri

Il franco forte ha giocato un ruolo importante nel determinare l'andamento degli indici azionari svizzeri

  • archivio Imago

Per quanto riguarda il mancato slancio elvetico, un ruolo da protagonista l’ha sicuramente avuto il franco che nell’ultimo periodo ha acquisito una forza notevole. Era il 16 giugno scorso quando la Banca Nazionale Svizzera, il cui primo mandato è quello di mantenere e garantire la stabilità dei prezzi, decise di interrompere l’era degli interessi negativi per far fronte all’ondata inflattiva. La decisione ha rafforzato la valuta svizzera che, attualmente, è scambiata circa a 1 euro o a 1.06 dollari americani.

Un franco così forte favorisce l’importazione in Svizzera, ma alla stessa maniera penalizza l’esportazione e gli investimenti esteri. Per poter accedere infatti al mercato azionario elvetico, gli investitori stranieri devono scambiare la propria valuta con il franco; ma il franco è forte. E quindi? Per un investitore straniero l’idea di scambiare la propria valuta in franchi, nella prospettiva di impiegarli nel settore azionario elvetico, non risulta evidentemente attraente come l’alternativa europea. Inoltre, si deve tenere conto che i conti delle aziende esportatrici quotate in borsa risentiranno di questa forza del franco nei loro bilanci.

Il lettore non deve tuttavia pensare che questo sia un limite della politica della BNS o un limite connaturato al franco; le casse di Berna e la BNS stessa sono ben contente del franco forte, perché la sua forza ha garantito nell'ultimo anno la stabilità dei prezzi e ha aiutato a contenere l’inflazione grazie a un’importazione favorevole. A questo riguardo si consideri tuttavia che l’energia - pensando al petrolio - si paga in dollari e contro il dollaro il franco è forte, sì, ma fino a qualche mese fa si era indebolito parecchio di fronte alla forza di un dollaro generalizzata.

Per concludere il “mistero elvetico”, al franco forte si aggiungano anche le circostanze internazionali che, stando alle parole della SECO (Tendaces conjoncturelles Hiver 2022/2023), “hanno esercitato sempre più freni sui settori dell'esportazione svizzera particolarmente sensibile alla congiuntura”.

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