Un messaggio con un orario, un indirizzo dove presentarsi, l’ordine di non dire nulla. Alti cancelli di ferro si chiudono dietro di noi. Questo vecchio penitenziario sovietico è il più grande campo di prigionia per soldati russi catturati dall‘esercito ucraino.
La prima stanza è impregnata dell’odore di sangue, fango e cherosene del fronte. Sono accatastate le mimetiche dei nuovi arrivati, alcune ancora forate dai proiettili. Seguono le docce, il locale per la rasatura, poi un cortile circondato da muri grigi e filo spinato. Una sirena scandisce il turno per l’ora d’aria. I prigionieri camminano in fila per due, mani dietro la schiena, uniformi blu cobalto.
Parlare con loro è possibile solo con il loro consenso. La Convenzione di Ginevra li protegge anche dall’esposizione mediatica: qui - in fondo - sono in mano al nemico e un giorno dovranno tornare in patria. In queste quattro mura i prigionieri di guerra russi attendono di essere scambiati con prigionieri di guerra ucraini. Questo scambi avvengono regolarmente dall’inizio dell’invasione. Una volta rientrati, dovranno tornare a combattere.

Ci avevano detto che nessuno avrebbe ammesso di aver combattuto. Eppure non è così.
Ivan, 24 anni, viene da Rostov. Occhi azzurri e portamento fiero, racconta a Falò di essersi arruolato perché “la madrepatria lo ha ordinato”. Quando Putin ha lanciato l’invasione su larga scala avrebbe potuto rifiutarsi, ma non lo ha fatto. “Ho solo eseguito gli ordini”. Alla domanda se una guerra in cui muoiono così tanti civili sia giusta, risponde: “Se abbiamo attaccato ne avevamo il diritto”. Lunghi silenzi seguono ogni risposta.
“Come ti ha fatto sentire uccidere?” “Male”.
Ma non è il rimorso a fargli desiderare la fine della guerra. È più la stanchezza. “Dopo quattro anni ne ho abbastanza di combattere”.
Sergey, 31 anni, arriva da un carcere di Samara. Faceva il musicista di strada ma viveva soprattutto di furti. In Russia arruolarsi significa evitare una condanna. E lui era sotto indagini per lesioni personali gravi. “O la prigione o la guerra”.

Mosca non ha ancora dichiarato la mobilitazione generale della propria popolazione ma ha già svuotato più della metà delle carceri per rifornire le “unità sacrificabili”: quelli che devono essere mandati avanti negli assalti frontali in prima linea. La maggior parte dei prigionieri che si trovano qui proviene da quei ranghi.
Sergey è l’unico sopravvissuto del suo gruppo. “Le voci sulla prigionia erano così terribili che molti dicevano fosse meglio suicidarsi”. Invece, racconta, i soldati ucraini che lo hanno catturato hanno condiviso con lui acqua, pane e sigarette. “Ci uccidiamo a vicenda, ma sappiamo entrambi che siamo in guerra solo perché qualcuno ce l’ha ordinato”.
Il numero esatto dei prigionieri è un segreto militare. Solo qui sono oltre mille.
Il corridoio che attraversano ogni giorno è coperto di pannelli sulla storia dell’Ucraina e ritratti dei cosacchi che governavano queste terre prima dell’Unione Sovietica. “Putin dice che non esiste un’identità ucraina”, spiega Petro Yatsenko del GUR, l’intelligence militare che gestisce i prigionieri di guerra. “Possono vedere che non è così”.
La differenza viene rivendicata anche nel trattamento del nemico. Qui Croce Rossa e organismi internazionali possono entrare, in Russia no.

Nella mensa i prigionieri ricevono lo stesso rancio dei soldati ucraini al fronte: zuppa di patate, carne, barbabietole. Hanno quindici minuti esatti. Poi devono alzarsi in piedi e ringraziare in ucraino per il pasto ricevuto.
Tra loro ci sono centinaia di stranieri: congolesi, egiziani, bengalesi, colombiani. Sono attirati dagli alti compensi e dalle promesse di passaporto sponzorizzati dalle campagne di reclutamento: fino a 25’000 dollari alla firma del contratto e salari mensili per stare al fronte anche 5 volte quello medio russo. “Ci porta qui la stessa disperazione che ci fa rischiare la vita in mare”, dice un africano che chiede di restare anonimo. “Un buon salario per morire?”, domanda amaramente Ruslan, bielorusso.
Anche se molti sono già cittadini russi, gli stranieri non fanno parte dei regolari scambi di prigionieri tra i due eserciti. “Nessuno li vuole indietro” chiosa Yatsenko.
I racconti dal fronte si somigliano tutti: droni ovunque, assalti suicidi, corpi lasciati nei campi. “Non è come nei film”, dice un giovane egiziano catturato dopo soli tre giorni di combattimenti. “È troppo terribile per essere raccontato”.







