Tristan Harris prima ha contribuito a progettare i meccanismi con cui le piattaforme digitali catturano l’attenzione degli utenti, poi è diventato un acceso critico di questi modelli e un sostenitore di un’intelligenza artificiale (IA) sviluppata nell’interesse della società.
Formatosi a Stanford, Harris entra in Google nel 2011 dopo l’acquisizione della sua startup. Specialista dell’influenza della tecnologia sul comportamento umano, lavora allo sviluppo di strumenti e dinamiche pensati per massimizzare il coinvolgimento degli utenti.
Nel 2013 redige però un documento interno in cui invita l’azienda a rispettare maggiormente l’attenzione delle persone. Un testo che esce presto dai confini di Google e diventa una delle prime denunce pubbliche sugli effetti psicologici e sociali della competizione per conquistare il tempo e l’attenzione degli utenti.
Due anni dopo lascia l’azienda e fonda il Center for Humane Technology, organizzazione dedicata alla promozione di uno sviluppo tecnologico più responsabile.
I social network come avvertimento
Se inizialmente il suo impegno era rivolto soprattutto ai social network, oggi Harris considera l’intelligenza artificiale una sfida molto più ampia.
“L’IA sta plasmando il mondo in cui viviamo”, afferma. A suo giudizio, i social media hanno già trasformato l’ambiente psicologico quotidiano delle persone, influenzando il modo in cui ricevono informazioni, distribuiscono l’attenzione e costruiscono le proprie relazioni.
Per Harris, quelle piattaforme possono essere considerate una forma embrionale di IA. “Si limitano a riordinare foto, video e contenuti per miliardi di persone. Eppure un semplice disallineamento rispetto agli interessi dell’umanità è bastato a danneggiare la democrazia e ad alimentare il disagio psicologico tra i più giovani” afferma.
Da qui l’invito a non ripetere gli stessi errori con l’IA: “Non si tratta di una paura irrazionale della novità, ma della comprensione di ciò che accade quando gli incentivi economici non coincidono con il bene collettivo”.
L’intervista a Tristan Harris (Tout un monde, RTS, 14.07.2026)
Un cambio di paradigma
Secondo Harris è possibile sviluppare tecnologie sicure e utili alla società, ma probabilmente in modo molto diverso rispetto a quello attuale.
L’ex dipendente di Google critica in particolare il modello di business delle grandi aziende dell’IA. A suo avviso, l’obiettivo principale non è creare strumenti utili, bensì recuperare gli enormi investimenti effettuati sostituendo sempre più attività cognitive e lavorative con i propri modelli.
“Se vogliamo un futuro positivo non possiamo valorizzare soltanto produttività ed efficienza” sostiene. “La vita umana e il benessere della società devono restare al centro di ciò che progettiamo”.
Pur riconoscendo che l’intelligenza artificiale potrebbe generare un’enorme accelerazione scientifica e tecnologica, Harris respinge l’idea che si tratti di uno strumento neutrale. “Le persone influenzano la tecnologia, ma gli incentivi influenzano le persone” osserva. Per questo ritiene essenziale intervenire sulle regole che guidano il settore.
Servono regole
Per Harris la regolamentazione rappresenta una condizione indispensabile per beneficiare dell’IA limitandone i rischi.
“I vantaggi dell’intelligenza artificiale non eliminano i suoi effetti negativi, mentre gli effetti negativi possono impedirci di godere dei vantaggi” afferma. “Potremo sfruttarne il potenziale solo se riusciremo a ridurne i rischi. Per questo servono salvaguardie”.
La bomba atomica del 21° secolo
Uno degli ostacoli principali a queste regole, secondo Harris, è la convinzione diffusa tra gli Stati che rallentare significhi perdere terreno nella corsa globale all’intelligenza artificiale.
“È come con le armi nucleari”, sostiene. “A un certo punto si è capito che l’unico modo per vincere una guerra nucleare è non combatterla mai. Dobbiamo raggiungere lo stesso livello di consapevolezza anche sull’IA”.
Harris si dice favorevole alla creazione di un organismo internazionale ispirato all’Agenzia internazionale per l’energia atomica, incaricato di promuovere uno sviluppo sicuro e pacifico della tecnologia.
“La differenza rispetto al nucleare è che tutti hanno visto Hiroshima e Nagasaki. Sappiamo cosa può andare storto e ne abbiamo una percezione concreta”, conclude. “Con l’intelligenza artificiale, invece, le persone non hanno ancora visto il fungo atomico. Non riescono ancora a vedere o percepire le conseguenze più ampie che potrebbe avere”.









