Il bazar è un’esperienza a cinque sensi. Ne senti il rumore, con il chiacchiericcio incessante nel via-vai di chador svolazzanti. Ne inspiri gli aromi, davanti a botteghe di spezie tra piramidi di datteri e zafferano. Ne tocchi con mano, sgusciando un pistacchio dopo l’altro. E ovviamente ne gusti anche il sapore, tra semi di zucca ammonticchiati e le improbabili sculture dei gherigli di noce. Infine ne vedi il luccichio, tra le vetrine scintillanti degli orafi e il carminio di melograni in vendita in un carretto.
“Labirinto Iran” è il titolo di un saggio di esperti americani che ipotizzano nove differenti scenari per uscire dall’infinita crisi diplomatica iraniana. “Labirinto Teheran” è invece questo perdersi a zonzo tra negozietti e viuzze strette del bazar. Una città nella città. Qui pulsa il commercio dell’intero paese. Qui a prima vista non t’accorgi delle sanzioni volute dalle “potenze” internazionali. Qui i potenti si chiamano “bazarì”, ricchi commercianti da sempre vicini al potere, laico o religioso a seconda della convenienza.
M’infilo sotto archi che sembrano volte di una chiesa romanica, vestigia dell’antico caravanserraglio. Spariti i cammelli, restano i tappeti. Da queste botteghe – decine di migliaia, quasi venti chilometri quadrati e un pezzo di Pil - ancora oggi transita qualsivoglia categoria merceologica. Si vende e si compra di tutto: orologi, frutta secca, macchine da cucire, gioielli. E persino completi intimi femminili in funamboliche variazioni cromatiche e fogge assai ardite.
Un negozio è tappezzato di “tableau farsh”, tappeti ricamati come quadri. Nell’Iran che qualcuno dipinge come oscurantista, vedo appesa un’Ultima Cena e la Ka'ba della Mecca. Cristo e Maometto idealmente incastonati l’uno accanto all’altro, mentre di fianco una cornice un po’ sbilenca racchiude le celeberrime rovine di Persepoli.
La Persia contemporanea per ora non va in rovina. Anche se perde un milione di barili di petrolio al giorno a causa dell’embargo targato USA-UE-ONU. Certo soffre, l’economia. Ma resiste. Crocicchi di cambiavalute informali s’ammassano nella piazzetta davanti alla Banca Nazionale, all’ingresso del bazar. Gridano come gli agenti di Borsa d’un tempo per accaparrarsi un pugno di dollari o venderli al miglior offerente. Sì, dollari. Pecunia non olet nemmeno qui.
Emiliano Bos
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RG 12.30 Il reportage
RSI Info 21.11.2013, 12:31















