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No ai privati nel calcio argentino

I club restano associazioni senza scopo di lucro con vari fini sociali - Il tentativo di riforma del presidente Milei non è riuscito - Reportage

  • Un'ora fa
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Argentina, il calcio non è in vendita

Falò 10.06.2026, 09:06

Di: Emiliano Guanella, collaboratore RSI dall’America Latina

Che l’Argentina fosse una delle nazioni più calciofile al mondo lo si sapeva, basti pensare alle quattro milioni di persone in piazza quattro anni fa a Buenos Aires per ricevere Messi e compagni di ritorno dal trionfo ai Mondiali in Qatar. Molti tifosi sperano in un bis, impresa molto difficile che è riuscita solo due volte nella storia, all’Italia di Vittorio Pozzo nel 1934 e 1938 e al Brasile di Pelé e Mane Garrincha nel 1958 e 1962.

Comunque vada a finire, l’Argentina ha oggi un record che nessuno batte tra le nazioni che hanno vinto almeno un Mondiale; è l’unica dove i club non possono essere acquistati da capitali privati, non importa quanto ingenti essi siano. La legge locale, infatti, stabilisce che le società calcistiche siano delle associazioni senza fine di lucro, dove i veri proprietari sono i soci. Essi sono abilitati ad eleggere ogni quattro anni un presidente e una commissione direttiva. Le autorità elette hanno il compito di gestire il club, far quadrare i bilanci, organizzare non solo la vita della squadra di calcio ma anche tutte le altre attività sociali, culturali o ricreative che fanno capo alla società.

Delle vere e proprie comunità

Non solo Fútbol, quindi, ma anche un’infinità di altri sport, cene sociali, attività benefiche, scuole interne e, come è il caso del River Plate, anche un’università. La regola vale per tutti, dai club più grandi con centinaia di migliaia di soci alle realtà più piccole, spesso legate ad un quartiere o un piccolo paese di provincia. Solo a Buenos Aires ci sono trenta squadre che militano nei campionati di serie A e B.

Una struttura particolare che risale all’epoca della grande immigrazione europea. Il calcio è stato portato in Argentina dai britannici, per questo tanti nomi di club in inglese, ma l’idea di unirsi al fine di praticarlo e creare intorno ad esso una comunità, è stato frutto degli immigrati italiani, spagnoli, arabi e così via. “Qui in Argentina – spiega l’avvocato di diritto del calcio Eduardo Alberto Martins – abbiamo la famiglia, il lavoro, gli amici e poi il club. Sono delle comunità dove la gente passa il tempo libero, dove in ragazzi praticano lo sport invece di vivere una vita sedentaria o finire in cattive compagnie, è una parte importante della nostra cultura”.

Il tentativo fallito di Milei

Il presidente ultraliberista Javier Milei ha tentato di imporre una riforma per permettere la privatizzazione dei club, ma il tentativo è fallito per la ferrea opposizione di quasi tutte le squadre. La motosega taglia costi e privatizzatrice diventata simbolo del suo governo si è inceppata davanti ad una delle più passioni degli argentini. “Nei momenti di crisi e recessione – spiega l’economista Guido Agostinelli – le società sportive sono degli strumenti per contenere l’emarginazione e evitare che molti giovani si diano alla delinquenza. Nessuno, in Argentina, deve voler toccare questo grande patrimonio della nostra cultura”. Lo stesso Leonel Messi, va ricordato, iniziò a giocare in un piccolo club di quartiere di Rosario, il Grandioli e da lì iniziò la sua straordinaria carriera. Con il calcio, a Buenos Aires e dintorni, non si scherza.  

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