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Dieci anni di soccorso in un mare sempre più letale

SOS Méditerranée traccia il bilancio del primo decennio di attività: oltre 42’700 persone salvate, mentre aumenta la mortalità lungo la rotta migratoria del Mediterraneo centrale

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Un gruppo di migranti viene messo in salvo dagli operatori della nave 'Aquarius', di SOS Méditerranée

Un gruppo di migranti viene messo in salvo dagli operatori della nave 'Aquarius', di SOS Méditerranée

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Di: RTS - Pietro Bugnon / Pierrik Jordan / Tieffe 

Più di 42’700 persone soccorse in mare in dieci anni. Ma nello stesso periodo quasi 20’000 persone sono morte o risultano disperse lungo la rotta migratoria del Mediterraneo centrale.

Nel rapporto pubblicato per il suo decimo anniversario, SOS Méditerranée traccia un bilancio amaro: mentre la mortalità lungo la tratta aumenta, le attività di ricerca e soccorso si svolgono oggi in un contesto reso più complesso da ostacoli amministrativi, costi crescenti e da un’opinione pubblica meno favorevole rispetto al passato.

Cos’è SOS Méditerranée?

L’organizzazione non governativa (ONG) SOS Méditerranée è stata fondata da cittadini europei nel 2015, dopo la fine dell’operazione italiana Mare Nostrum, avviata in seguito ai naufragi del 2013. Secondo l’organizzazione, il progressivo ridimensionamento delle missioni statali di ricerca e soccorso ha lasciato un vuoto nel Mediterraneo centrale, spingendo diversi attori umanitari a intervenire con proprie navi.

SOS Méditerranée opera come rete europea, con squadre in Germania, Francia, Italia e Svizzera, che finanziano e gestiscono congiuntamente una nave di soccorso. Nel suo rapporto, l’organizzazione ricorda i tre principi che guidano la sua azione: soccorrere, proteggere e testimoniare. Oltre alle operazioni di salvataggio, SOS Méditerranée si propone infatti di rendere pubbliche le condizioni vissute dalle persone soccorse e il contesto in cui avvengono le traversate.

Oggi muore “una persona su 32”

Intervistato da RTS, il direttore di SOS Méditerranée Svizzera Éliott Guy ha sottolineato come il rischio di perdere la vita durante la traversata sia aumentato.

“Abbiamo iniziato la nostra azione nel 2016. Allora, una persona su 92 che attraversava il Mediterraneo moriva. Oggi, abbiamo una persona su 32”.

Per Guy, nemmeno le statistiche ufficiali riescono a trasmettere la reale dimensione del fenomeno. Molte persone scomparse in mare non vengono mai identificate o registrate, rendendo difficile stabilire l’effettiva mortalità, probabilmente molto più elevata di quanto suggeriscano i dati disponibili.

Nel rapporto, l’organizzazione attribuisce questa evoluzione anche a una crescente “erosione del dovere di soccorso”. Tra gli elementi citati figurano i fermi amministrativi delle navi, l’assegnazione di porti lontani dalle aree operative e procedure che limiterebbero la possibilità di effettuare più operazioni di salvataggio consecutive.

Alcuni migranti su un gommone che stava affondando, prima di essere soccorsi dalla nave Aquarius dell’organizzazione umanitaria SOS Méditerranée e condotti a Lampedusa, il 18 aprile 2016

Alcuni migranti su un gommone che stava affondando, prima di essere soccorsi dalla nave Aquarius dell’organizzazione umanitaria SOS Méditerranée e condotti a Lampedusa, il 18 aprile 2016

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Soccorrere costa sempre di più

Le difficoltà operative hanno anche un impatto economico significativo. Guy ha spiegato a RTS che la politica dei cosiddetti “porti distanti” avrebbe comportato nel solo 2025 “87 giorni di navigazione e oltre 500’000 euro spesi in questi tempi di transito”.

A ciò si aggiungono l’aumento dei costi del carburante e il ritiro della Federazione internazionale della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa dalle attività a bordo della nave Ocean Viking alla fine del 2025, una decisione motivata dalla necessità di contenere le spese.

Da simbolo di solidarietà a bersaglio

Secondo Guy, negli ultimi dieci anni è cambiato anche il modo in cui una parte dell’opinione pubblica guarda alle organizzazioni impegnate nei soccorsi in mare.

“C’è un’ascesa dell’opinione populista, e questo ci sta influenzando molto, in diversi modi”, ha spiegato, citando innanzitutto la diffusione di una retorica razzista. “Riceviamo sempre più minacce di morte nel nostro lavoro quotidiano, persino qui negli uffici in Svizzera”.

A suo giudizio, questa evoluzione ha contribuito a trasformare profondamente l’immagine pubblica delle ONG.

“Nel 2016 eravamo una grande causa nazionale in Francia. Eravamo sulle copertine di tutti i giornali. Dieci anni dopo, la crisi è la stessa, la mortalità aumenta. Ci sono sempre altrettanti morti in mare. Eppure siamo diventati nemici pubblici perché facilitiamo la migrazione”.

“C’è un inasprimento delle regole”, ha continuato Guy, lamentando le condizioni delle operazioni marittime. “Stanno chiaramente cercando di rendere il nostro lavoro più difficile, di impedirci di effettuare diversi salvataggi di fila. L’obiettivo finale è rendere la traversata il più difficile possibile, in modo che le persone non ci raggiungano e, di conseguenza, aumentare il tasso di mortalità in mare.”

Da La Matinale di RTS del 19.06.2026:

Migrazione e cambiamento climatico: “I flussi non si fermeranno”

Secondo Guy, l’inasprimento delle politiche migratorie europee non fermerà le partenze. Intervistato da RTS, sostiene che le persone in fuga da guerre, persecuzioni o condizioni di vita insostenibili continueranno a cercare nuove rotte verso luoghi più sicuri.

Guy ritiene inoltre che nei prossimi anni il cambiamento climatico diventerà un fattore sempre più importante nei movimenti migratori. Cita in particolare il caso del Bangladesh, uno dei principali Paesi di provenienza delle persone soccorse dall’organizzazione. “Se il mare sale di un metro, è il 17% della popolazione del Bangladesh, che è l’ottavo paese più popolato al mondo, che dovrà spostarsi”.

“Un cerotto su una gamba rotta”

Interrogato su possibili alternative ai soccorsi in mare, Guy ha riconosciuto che affrontare le cause delle migrazioni e sostenere maggiormente i Paesi di transito sarebbe una soluzione ideale, ma utopica

Pur ammettendo che le operazioni di salvataggio non risolvono il problema alla radice, Guy ne ha difeso la necessità: “Siamo come un cerotto su una gamba rotta; l’intero sistema deve essere ripensato. Questo significa forse che dovremmo lasciare che le persone muoiano in mare?” Secondo il direttore di SOS Méditerranée Svizzera, l’organizzazione ha salvato circa 43’000 persone in dieci anni e potrebbe salvarne altrettante nel prossimo decennio.

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