Quasi 10'000 persone hanno partecipato sabato a Berna alla manifestazione Tanz Dich Frei, rispondendo ad un appuntamento lanciato su Facebook da un gruppo di organizzatori anonimi. L’evento, una festa a cielo aperto per chiedere più spazi e libertà per la vita notturna, si è concluso con il ferimento di 50 persone, fra cui 20 poliziotti, 61 arresti e centinaia di migliaia di franchi di danni.
E ora, dopo aver sporto denuncia penale contro ignoti per danni alla proprietà, lesioni corporee, violenza e minaccia contro le autorità e insurrezione, il Ministero pubblico di Berna-Mittelland sta valutando se querelare anche il social media per aver servito da strumento per l’organizzazione della manifestazione non autorizzata. L’azienda californiana ha infatti ignorato gli appelli di Berna, che la esortava a fornire le identità degli organizzatori.
Ma anche nel caso in cui venisse aperta una procedura penale, non è detto che Facebook collabori con le autorità. Il perché ce lo spiegano gli avvocati Dario Jucker , esperto di proprietà intellettuale, e Alexandre Curchod , specialista di diritto dei media e diritto penale, e professore incaricato al Dipartimento di scienze della comunicazione e dei media dell’Università di Friburgo.
Facebook è tenuto a fornire alle autorità svizzere i nomi degli organizzatori di Tanz Dich Frei?
Jucker: È una questione complessa. In linea di massima gli strumenti legali per chiedere questi dati a un social network esistono. La legge federale per la salvaguardia della sicurezza interna prevede che quando sussiste un rischio per il paese, come il sospetto di un possibile estremismo violento, c’è la possibilità di richiedere dei dati.
Il problema sta nel fatto che per Facebook il diritto applicabile è quello americano, e che la sua sede per l’Europa è in Irlanda. Concretamente, questo significa che per ottenere i dati le autorità svizzere dovrebbero chiedere assistenza giudiziaria a quelle irlandesi, che a loro volta dovrebbero inoltrare la richiesta ai giudici negli Stati Uniti, dove sono conservati i dati degli utenti del social media. Le sedi dislocate sono create dalle imprese proprio con lo scopo di tutelarsi maggiormente dal punto di vista della protezione dei dati, nonché per vantaggi fiscali.
Concretamente Berna come può chiamare in causa Facebook?
Curchod: Può tentare di dimostrare che è stato complice dei reati che sono stati commessi durante la manifestazione, perché Facebook non ha rispettato l’obbligo di controllare il suo contenuto e verificare la presenza di materiale illecito. Tutti i media e tutti i network devono farlo, tuttavia non c’è nessun dovere di controllo permanente. Inoltre, Facebook può sostenere di non avere avuto il modo di prevedere il degenerarsi della manifestazione. Dimostrare che il social media era a conoscenza dei rischi è difficile da provare.
Jucker: Occorre precisare che Facebook non è responsabile del contenuto pubblicato dagli utenti. Quindi, se dovesse essere giudicato colpevole, si potrà rivalere nei confronti degli organizzatori.
Se l’assistenza giudiziaria dovesse avere successo, allora Facebook dovrebbe collaborare con i giudici elvetici?
Curchod: Sì, in caso di procedura penale dovrebbe collaborare come qualsiasi altra persone e dovrebbe probabilmente fornire le identità. Per tutelarsi, Facebook tenterebbe forse di evocare la protezione delle fonti, sostenendo di essere un media, ma le probabilità che il giudice prenda in considerazione questo argomento sono scarse: infatti, anche se la giurisprudenza non è chiara, è poco probabile che un social media venga associato a un media, dal momento che non fornisce informazioni periodicamente.
Ci sono dei precedenti nei quali Facebook ha dovuto collaborare?
Jucker: Sì, nell’aprile di quest’anno dei giudici italiani hanno chiesto assistenza per rintracciare un pedofilo (un 49enne pluri-pregiudicato per reati sessuali che, attraverso oltre 400 contatti via chat, era riuscito ad adescare ragazzine e a farsi inviare video e foto di carattere pornografico, ndr). E la procedura è andata in porto. In caso di reati gravi come questo è certamente più facile collaborare.
Prima della manifestazione gli organizzatori hanno pubblicato su Facebook un disclaimer in cui dichiaravano di distanziarsi da eventuali atti violenti. Ciò è sufficiente per declinare ogni responsabilità?
Curchod: Non è una garanzia totale, ma può essere presa in conto dal giudice.
Jucker: Bisogna però considerare che è poco probabile che il disclaimer sia considerato come valido in caso di colpa grave o di dolo.
Intervista di Francesca Motta
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