Le esequie di Stato in pompa magna dell’ayatollah Ali Khamenei a Teheran vanno anche decifrate, al di là dei numeri e della retorica. Guida in questa analisi ai microfoni di SEIDISERA è l’esperto di Iran, Nicola Pedde: “Il regime - sostiene il direttore dell’Institute for Global Studies di Roma - sta cercando di trasformare questo funerale in una manifestazione politica di consenso utile a veicolare un messaggio di unità, di integrità e soprattutto di forza della Repubblica islamica”.
Secondo l’analista, “è innegabile che all’interno del Paese ci sia anche una base di consenso per il regime. Chi per opportunismo e chi per convinzione. Probabilmente non è maggioritaria nella popolazione, ma è comunque presente. Il regime vuole mostrare che il popolo si è stretto intorno al proprio defunto leader e alle istituzioni”.
Le circostanze della morte di Khamenei, ucciso a febbraio in un attacco mirato di Stati Uniti e Israele, lo rendono un martire per molti. Molti partecipanti ai funerali, tra cui anche il negoziatore Ghalibaf, invocano la vendetta. È retorica o un obiettivo strategico? “La retorica della vendetta nella religione sciita deve essere letta in modo particolare”, spiega Pedde. “In questo momento credo che sia intesa come una rivalsa politica e strategica che l’Iran intende conseguire soprattutto attraverso la conduzione di questo negoziato con gli Stati Uniti”. Ghalibaf, continua l’esperto, “è parte del sistema politico conservatore tradizionalista che sta cercando, più di ogni altro, di portare avanti il negoziato e soprattutto conseguire gli obiettivi economici conseguenti. La componente più ostile a questo accordo è invece quella degli ultraconservatori. Qui, probabilmente, si annidano anche le frange che vorrebbero vedere il conflitto continuare con una rivalsa di natura militare. Ma credo che gran parte dell’establishment iraniano guardi a una rivalsa politica ed economica più che militare”.
Poi, come a tutti i funerali, ci sono gli altri. La lista degli invitati vede rappresentanti di una trentina di Paesi, tra cui Cina, Russia e Turchia. Eppure, con qualche eccezione, la partecipazione diplomatica ai funerali di Khamenei non sembra di primo piano. “Queste circostanze hanno sempre un costo politico”, è l’analisi di Pedde. “Da una parte quindi per alcuni Paesi è necessario partecipare, ma ciò significa anche lanciare un chiaro messaggio. Per questo molti Paesi hanno deciso di avere un profilo istituzionale più basso proprio per non esacerbare i rapporti, all’interno della dimensione internazionale, con gli Stati Uniti e con altri attori della regione, Israele in modo particolare”.
Alcuni, come Pakistan e India, sottolinea, “hanno però mandato vertici di alto profilo. Ciò si inserisce in una dinamica, di natura regionale, che riflette i mutamenti in atto nel Medio Oriente. La crisi del conflitto in Iran ha provocato conseguenze importanti in molti di questi Paesi che non intendono più delegare agli Stati Uniti o a Israele la soluzione di problemi. Ma intendono gestirla attraverso una propria capacità di espressione politica veicolata anche da un alto profilo nella partecipazione alle esequie”, conclude Nicola Pedde.
Iran, i funerali di Alì Khamenei
Telegiornale 04.07.2026, 12:30








