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Giustizia UE: dubbi sui fondi a Orban

L’avvocata generale della Corte di giustizia contesta lo sblocco dei 10 miliardi deciso da Bruxelles nel 2023: le riforme sullo Stato di diritto in Ungheria non sarebbero state ancora pienamente attuate

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"Sotto accusa" un caffè sospetto
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Radiogiornale 12.30 del 13.02.26, il servizio di Andrea Ostinelli

RSI Info 13.02.2026, 14:35

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Di: Radiogiornale - Andrea Ostinelli/Reuters/ sdr 

L’Ungheria potrebbe essere costretta a “restituire” (o comunque a vedersi recuperare) oltre 10 miliardi di euro di fondi europei: è l’effetto potenziale del parere pubblicato giovedì 12 febbraio 2026 dall’avvocata generale Tamara Ćapeta presso la Corte di giustizia dell’Unione europea. Secondo Ćapeta, la Commissione avrebbe sbagliato nel dicembre 2023 a sbloccare la tranche, perché le riforme richieste a Budapest – soprattutto sul versante della giustizia – non erano ancora entrate in vigore né risultavano applicate in modo effettivo.

Il nodo è eminentemente politico oltre che giuridico. Lo sblocco dei fondi avvenne alla vigilia di un Consiglio europeo ad alta tensione, con Viktor Orban pronto a usare il veto come leva sui dossier più divisivi, a partire dagli aiuti all’Ucraina. Un tempismo che ha alimentato per mesi i sospetti, tanto da spingere il Parlamento europeo a impugnare la decisione davanti ai giudici di Lussemburgo, sostenendo che Bruxelles avrebbe commesso “errori manifesti” nella valutazione dei requisiti.

Non basta promettere riforme: devono essere operative

Nel parere, Ćapeta traccia una linea netta: la Commissione non può autorizzare pagamenti finché le modifiche legislative richieste non sono in vigore e concretamente applicate, e deve inoltre considerare eventuali sviluppi che possano “neutralizzare” o indebolire le riforme stesse. In altre parole, non sarebbe sufficiente un pacchetto approvato “sulla carta” se mancano entrata in vigore, atti attuativi e prova di funzionamento.

La Commissione europea, in sintesi, rivendica di aver agito dopo verifiche puntuali, ma il parere dell’avvocata generale - pur non vincolante - è spesso seguito dalla Corte nella sentenza finale, attesa nei prossimi mesi. Il parere arriva mentre Orban affronta una fase politicamente delicata perché, secondo ricostruzioni di stampa internazionale, le elezioni parlamentari sono fissate per 12 aprile 2026 e l’opposizione pro UE guidata da Péter Magyar con il partito Tisza Party ha trasformato i fondi europei in uno dei temi cardine: “riaprire i rubinetti” con Bruxelles, promettono i rivali, significherebbe riportare ossigeno a un’economia che soffre la mancanza di trasferimenti comunitari.

Nelle stesse ore, un secondo fronte giudiziario europeo si è acceso su Budapest: la Corte di giustizia dell’UE ha diffuso un parere (in un diverso procedimento) secondo cui la legge ungherese sulla “protezione della sovranità” violerebbe principi e libertà fondamentali dell’Unione. È un segnale di pressione crescente sul quadro normativo ungherese e, indirettamente, sul braccio di ferro politico con Bruxelles. Di solito i magistrati di Lussemburgo seguono i pareri dell’avvocato generale. Sapremo quindi fra alcuni mesi se così sarà, anche stavolta con danno per l’erario magiaro e smacco per la Commissione von der Leyen, su cui grava il sospetto di aver agito sotto ricatto politico.

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