La scaramanzia, oggi è venerdì 13, attraversa anche lo sport, a ogni livello. C’è chi entra in campo con monete, banconote, santini nelle scarpe, chi col piede destro, chi col piede sinistro, chi non calpestando le righe. Ce n’è per tutti i gusti. “Il fenomeno è veramente molto diffuso nel mondo dello sport, probabilmente anche coloro che dichiarano di non essere scaramantici alla fine, in realtà, lo sono - dice Stefano Marelli, scrittore e caporedattore de La Regione, ospite di Prima Ora della RSI -. Ricordo un allenatore che diceva: non bisogna essere superstiziosi perché è da ignoranti. E soprattutto perché porta male”.
La differenza tra superstizione e rituale
“La scaramanzia è il tentativo di controllare qualcosa che controllabile non è”, spiega Giona Morinini, psicologo dello sport. “Quando ci si appresta a fare una prestazione importante, dove l’emotività è forte, sperare che un gesto abbia un effetto magico, rassicura. E l’idea è proprio questa. Poi chiaro, a livello di preparazione mentale di lavoro con gli atleti, con chiunque svolga una prestazione (che siano artisti o studenti nei momenti di esame o altro) il lavoro va invece a costruire dei rituali controllati. Questi rituali possono poi effettivamente avere un effetto sull’attivazione emotiva e sulla sensazione di fiducia. Poi è vero che i racconti sono tanti, alcuni anche simpatici e fanno parte della storia”.
Gli esempi dei campioni
Marelli spiega che gli esempi sono infiniti. “Ricordiamo tutti, ad esempio, la maniacalità con cui Rafael Nadal disponeva le bottiglie con cui entrava in campo e soprattutto la ritualità con cui ripeteva infiniti gesti, sempre uguali, prima di ogni servizio che doveva fare. È un fenomeno che colpisce tutti, dalla proverbiale quinta lega fino ai più grandi sportivi in assoluto. Si dice che Michael Jordan sotto le braghe dei Chicago Bulls abbia indossato per tutta la carriera i pantaloncini più succinti che indossava ai tempi dell’università in North Carolina”.
Una distinzione fondamentale
“È vero, colpisce tutti, ma con differenze significative - spiega Morinini -. Chi crede alla superstizione (spesso è la simpatica quotidianità di tutti noi) fa un certo gesto con la speranza che gli porti fortuna. Se penso invece agli sportivi professionisti, quindi che fanno questo di lavoro e penso anche a Nadal (lui lo racconta molto bene nelle sue interviste), non lo fa per superstizione, perché spera che in questo modo il risultato sia a suo favore. Nadal dice che è un momento in cui l’emotività porta elementi che non sono per forza controllabili. Quello che lui può controllare sono i suoi gesti, il comportamento del suo corpo, il suo linguaggio anche non verbale. Quindi, dice: se io mi comporto in un certo modo questo mi dà una sensazione di fiducia e sicurezza e per di più ha un impatto anche sull’altra persona. Penso sia una distinzione importante”.




