Dal collaboratore RSI a Londra*
Non è vero che la pioggia sia una seccatura. La sala stampa di Wimbledon la invoca, propizia, lusinga, e, infine, celebra al sopraggiungere. Per dire, quando hanno installato il tetto sul Centrale, che garantisce il gioco anche in caso di maltempo, gli unici scontenti erano i giornalisti. Privati di quel sospirato ozio, ancor più benedetto di una volée di Federer. Mentre fuori scende la pioggia, davanti ai computer si precipita in uno stato di asfissiante torpore. E il naufragar m'è dolce in questo mar. C’è chi dorme, e chi russa. Chi gioca a carte, chi accompagna le goffe corse di attempate signore in cerca di riparo con commenti scurrili. Il secchione di turno, irriso senza pietà, ne approfitta per studiare tabellone e risultati. Ma è solo un intruso nel conformismo cameratesco che governa le due settimane del torneo. Amicizie estemporanee, frequentazioni improbabili, indiscrete confidenze. Complicità, connivenza, correità: quello che succede in sala stampa, resta in sala stampa. E così la pioggia diventa una pausa nella narrativa del torneo. Puntellata, con cadenza regolare, dagli aggiornamenti di una voce fatata. Che sfidando l’ovvio, ci ricorda in filodiffusione che sta piovendo. E che continuerà, almeno fin quando non smetterà. Annunci che rasentano il misticismo, eppure indispensabili per sollecitare l’ispirazione, nel frattempo distratta dalle poderose cosce della Muguruza. Ma qui viene in soccorso l’esperienza, sotto forma di hard-drive. In due clic riappare magicamente il solito pezzullo-passepartout, già proposto almeno altre quattro volte. Ognuno ha il suo, come una copertina di Linus. Chi lo dedica ai numeri di Wimbledon: 54'000 palle, 30 quintali di fragole, un miliardo di litri di champagne. Chi all’insostenibile leggerezza dell’erba, chi al candore perduto. Tra nostalgia e banalità, in attesa che spiova.
*Lorenzo Amuso





