LA TESTIMONIANZA

I 50 anni del golpe in Argentina: “Ho capito la verità”

Il 24 marzo 1976 iniziava una delle dittature più feroci dell’America Latina - Il ricordo di Leonardo Miranda, figlio di un poliziotto coinvolto nella repressione

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Argentina e desaparecidos, nessuno sconto

SEIDISERA 24.03.2026, 18:00

Di: SEIDISERA - Veronica Alippi, Elena Basso / AC 

Argentina, 24 marzo 1976. Cinquant’anni fa i militari salivano al potere dando inizio a una delle dittature più feroci dell’America Latina. Si tratta del regime dei generali, guidato da Jorge Rafael Videla, Orlando Ramon Agosti e Emilio Eduardo Massera.

Il regime argentino è stato responsabile della morte di 30’000 persone. Queste le cifre che abitualmente vengono menzionate, anche se il vero numero delle vittime non è noto. I militari al potere avevano creato un sistema autoritario imposto con la violenza per colpire chi era critico, esponenti di sinistra, sindacalisti o giovani che non accettavano la repressione.

Questo metodo si chiamava “Guerra sucia” (Guerra sporca) per cui gli oppositori venivano fatti sparire, torturati e uccisi nei centri di detenzione, scaraventati in mare.

Tra le persone scomparse, anche centinaia di bambini figli dei desaparecidos, che in moltissimi casi erano poi stati adottati da persone vicine al regime. La violenza non era mai sbandierata, in modo che una parte consistente dell’opinione pubblica argentina non credeva che i desaparecidos esistessero davvero.

Il caso argentino è un unicum. Nel 1983, a pochi anni dalla fine della dittatura, si celebrarono i primi processi e fu lì che il Paese prese coscienza di cosa fosse successo nei sette anni di regime militare. Anche il processo per la ricerca della verità e della giustizia ha visto coinvolti la società civile e lo Stato. Per società civile si intende organizzazioni come “Madres e Abuelas de Plaza di Mayo” che protestando per strada non hanno mai smesso di chiedere che fine avessero fatto i loro figli e nipoti. Lo scorso autunno è stato ritrovato il 140esimo nipote che era stato tolto ai genitori e che ora ha 50 anni. Per Stato, invece, si intende chi, ad esempio, porta ancora avanti la ricerca dei corpi dei desaparecidos nei luoghi dove si trovavano i centri di detenzione.

La testimonianza di Leonardo Miranda

Leonardo Miranda vive a Mendoza ed è il minore di cinque fratelli. È nato nel 1970 e il regime è cominciato nel 1976. Suo padre era un poliziotto. Ai microfoni di SEIDISERA racconta la sua testimonianza.  

Nella sua famiglia i desaparecidos erano definiti solo ed esclusivamente come terroristi. Quando si è reso conto di quello che è successo veramente durante la dittatura?

“Alle superiori, uno dei miei migliori amici era figlio di un militante di sinistra dell’epoca. Non era stato un guerrigliero, ma militava. Il mio amico spesso mi diceva ‘ma guarda che tuo padre deve sapere qualcosa di quello che succedeva’. Era un poliziotto con un incarico importante, ma io gli rispondevo sempre che non era possibile, che mio padre era una persona buona e che non sapeva nulla. Poi, quando sono andato all’università ho iniziato a militare in un’organizzazione studentesca e lì ho capito quello che era successo durante il regime”.

Quando ha scoperto il coinvolgimento di suo padre?

“L’ho scoperto nel 2011, quando sono iniziati i processi a Mendoza e mio padre è stato citato in tribunale. Ho partecipato a quasi tutte le udienze, vedendo mio padre seduto al banco degli imputati, accusato di aver ucciso e fatto sparire una coppia di giovani militanti. Ero molto preoccupato. Continuavo a stare dalla sua parte, convinto che fosse una brava persona. Alla fine, lo condannano e io a un certo punto inizio a fargli delle domande. Lui risponde che i desaparecidos non esistono, che è una bugia del governo e che in realtà stanno in una spiaggia ai Caraibi e stanno benissimo. Nega tutto e io capisco la verità. Proprio in quei giorni, su Facebook, vedo circolare i primi post di ‘Historias Desobedientes’ (collettivo composto da figli e parenti di repressori, militari e poliziotti coinvolti nei crimini contro l’umanità, ndr), che erano virali. Mando loro un messaggio raccontando la mia storia e dopo due ore già facevo parte dell’associazione”.

Qual è stato l’episodio più significativo?

“Nel lasso di tempo in cui mio padre è stato a capo del centro clandestino, sono andato a trovarlo solo una volta. Avevo sette o otto anni e a un certo punto ho visto che nelle celle c’erano dei prigionieri. Per me che ero un bambino era normale, perché mio padre era un poliziotto. Qualche anno fa, qui a Mendoza, ho raccontato pubblicamente la mia storia e dopo l’intervento si è avvicinata una signora che mi ha abbracciato e ringraziato, raccontandomi che lei era stata detenuta proprio in quelle celle. Quando era imprigionata pensava moltissimo ai figli dei torturatori, preoccupandosi per quello che dovevano vivere in casa. Mi ha detto che per lei il fatto che uno dei figli di quegli uomini era lì a parlare con loro, a riconoscere quello che avevano fatto, stava guarendo le ferite”.

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