Se i successi della Norvegia negli sport invernali non sorprendono particolarmente, poiché siamo abituati ad associarla a discipline come lo sci e il biathlon, colpisce invece la capacità di una nazione di poco più di cinque milioni e mezzo di abitanti di formare atleti di alto livello anche in molti altri sport. L’ultima conferma è arrivata dal calcio: dopo 28 anni di assenza, la nazionale norvegese è tornata ai Mondiali e ha raggiunto i quarti di finale, fermata soltanto dall’Inghilterra.
Il successo sui social
La Norvegia ha fatto parlare di sé anche fuori dal campo. La “vogata vichinga” dei tifosi durante i festeggiamenti, presto adottata anche dai giocatori, è diventata uno dei simboli del Mondiale. Anche l’attaccante Erling Haaland è stato tra i protagonisti, conquistando il pubblico non solo con i suoi goal, ma anche con la sua autoironia, le espressioni buffe e la lunga chioma bionda, che lo hanno reso un fenomeno anche sui social.
L’avventura ai Mondiali ha riacceso l’interesse per il modello sportivo norvegese. Se ne era già parlato dopo il dominio alle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina, chiuse in testa al medagliere con 41 medaglie, di cui 18 d’oro. Alla base c’è una filosofia ben precisa, che mette al centro la crescita e il benessere del bambino, prima ancora del risultato sportivo.
Children’s Rights in Sports
La cultura sportiva norvegese affonda le sue radici nella Children’s Rights in Sports, una sorta di carta dei diritti che disciplina la pratica sportiva dei bambini fino ai 12 anni. Introdotta nel 1987 e aggiornata nel corso del tempo, si articola in otto principi che mettono al centro sicurezza, divertimento, inclusione e libertà di scelta. Una filosofia che ha contribuito a rendere lo sport una pratica molto diffusa: secondo gli ultimi dati dell’istituto nazionale di statistica norvegese (2024), oltre il 72% dei bambini tra i 6 e i 15 anni pratica uno sport organizzato.
La carta garantisce ai bambini il diritto di vivere lo sport come un’occasione per fare amicizia, imparare nuove abilità e sperimentare discipline differenti. Possono scegliere quanto allenarsi, cambiare società in qualsiasi momento e praticare sport indipendentemente dalle condizioni economiche della famiglia. L’intensificazione degli allenamenti e la scelta della disciplina arrivano in una fase successiva, generalmente durante l’adolescenza. Lo stesso Haaland ha praticato diversi sport prima di specializzarsi nel calcio, come pallamano, sci, e atletica.
Lo psicologo dello sport: “La competizione non dev’essere il metro di giudizio”
Un altro punto saliente riguarda le classifiche e i punteggi, che possono essere utilizzati solo quando i bambini compiono 11 anni e solo quando ritenuto opportuno. Anche l’accesso alle competizioni è graduale: si parte dalle competizioni locali e, crescendo, si accede a gare di livello sempre più elevato. Fino ai 12 anni, inoltre, i bambini non possono partecipare a campionati nazionali o internazionali.
Uno degli aspetti che più colpisce del modello norvegese è proprio l’assenza di classifiche nei primi anni. Ma in che modo questa scelta può influire sulla crescita dei giovani atleti? Secondo lo psicologo dello sport Giona Morinini, il punto non è eliminare la competizione. “Quando due bambini giocano una partita o fanno una gara vogliono comunque vincere: la competizione fa parte dello sport”, osserva. La differenza, però, sta nel significato che le viene attribuito. “L’obiettivo è evitare che la crescita di un bambino venga valutata esclusivamente attraverso il confronto con gli altri. Nel modello norvegese si guarda piuttosto a ciò che apprende, a come sta con gli altri e a quanto si diverte”. Così, il risultato non diventa il metro con cui un bambino misura il proprio valore. Un approccio che, secondo Morinini, favorisce anche lo sviluppo dell’identità, aiutando i giovani a confrontarsi prima di tutto con se stessi e a dare il meglio delle proprie capacità.
E la Svizzera?
Secondo Morinini, negli ultimi anni anche la Svizzera si sta muovendo verso una specializzazione meno precoce e una maggiore attenzione alla multidisciplinarità. Dove c’è ancora margine di miglioramento, però, è nel modo in cui viene concepito lo sport. “In Norvegia, e nei Paesi scandinavi in generale, lo sport viene considerato prima di tutto uno strumento di aggregazione e inclusione”, osserva. “Mettere insieme persone con caratteristiche, esperienze e capacità diverse significa imparare a collaborare, valorizzando il contributo di ciascuno per raggiungere un obiettivo comune. È anche un modo per contrastare fenomeni come l’emarginazione e la discriminazione”. In altre parole, lo sport non solo per sfornare talenti, ma anche per creare una buona società.

Mondiali, highlights di Norvegia-Inghilterra (LA2 Sport Live 11.07.2026, 23h00)
RSI Sport 12.07.2026, 01:56





