Non è un periodo facile per le democrazie. Le derive autoritarie non riguardano più soltanto i regimi dichiaratamente illiberali, ma attraversano anche sistemi politici consolidati, mettendo in discussione regole, istituzioni e principi che per decenni hanno rappresentato l’ossatura dell’ordine internazionale. È da questa constatazione che prende avvio la riflessione del professor Vittorio Emanuele Parsi, politologo e docente, tra l’altro, all’Università Cattolica di Milano, ospite della trasmissione della RSI “60 minuti”, condotta da Reto Ceschi.
Al centro dell’intervista c’è una domanda decisiva: come definire la fase storica che stiamo vivendo? Caos, disordine organizzato, potere frammentato, ritorno degli imperi? Per Parsi, il tratto dominante del presente è il tentativo di far coincidere ciò che accade con ciò che è giusto. In altre parole, il potere cerca di liberarsi da ogni modello normativo, da ogni idea di limite, da ogni aspirazione fondata su regole condivise. È questo, secondo il professore, il vero significato del “ritorno degli imperi”: l’idea che chi è forte possa fare ciò che vuole e che chi è debole debba semplicemente acconsentire. Una logica che produce disordine, alimenta guerre e mina alla radice il principio secondo cui i rapporti tra Stati e popoli devono essere regolati dal diritto e non dalla pura forza.
La guerra in Ucraina rappresenta, in questa prospettiva, un momento di svolta. L’invasione russa del febbraio 2022 viene descritta da Parsi come il “momento dell’infezione”, una rottura plateale delle regole internazionali, compiuta senza vergogna. Ma quella frattura non nasce dal nulla. Il terreno era già preparato da una crescente insofferenza verso le istituzioni multilaterali, verso il diritto internazionale e verso ogni forma di limite al potere sovrano. Parsi ricorda, a questo proposito, la differenza tra l’invasione statunitense dell’Iraq nel 2003 e l’atteggiamento più recente degli Stati Uniti sotto Donald Trump. Anche quando l’amministrazione Bush si mosse sulla base di accuse infondate, cercò comunque una legittimazione formale al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Con Trump, invece, si afferma una visione diversa: le istituzioni internazionali e le alleanze non vengono più considerate strumenti di ordine e cooperazione, ma vincoli da rimuovere.
Il potere, in questa visione, diventa “potere nudo”, senza limiti. Ed è proprio questo, secondo Parsi, a tradire il manifesto statunitense che aveva permesso al Novecento di diventare il secolo degli Stati Uniti: un ordine fondato non soltanto sulla forza, ma anche su regole, alleanze, mercati aperti e istituzioni.
Nel ragionamento del professore, Putin e Trump condividono un obiettivo di fondo: togliere di mezzo gli ostacoli che limitano l’esercizio del potere. Tra questi ostacoli vi sono il diritto internazionale, le istituzioni multilaterali, il mercato aperto e concorrenziale, ma anche l’Unione europea e quei Paesi, come la Svizzera, che continuano a credere nella cooperazione come alternativa alla violenza. L’Europa diventa così il principale bersaglio dei nuovi imperialismi. Non perché sia militarmente aggressiva, ma perché incarna un modello opposto: quello di società fondate sulla divisione dei poteri, sui diritti individuali, sulle libertà, sulla proprietà privata, sulla regolarità del mercato e sul rispetto delle regole. È questo modello a costituire una minaccia per chi vorrebbe tornare a un mondo diviso in sfere d’influenza.
“Le forzature di Trump, le responsabilità dell’Europa”
Un capitolo centrale dell’intervista del professore riguarda Donald Trump, che descrive come una manifestazione evidente della crisi delle democrazie liberali. Il giudizio dello studioso italiano è molto severo. Trump viene descritto come una figura priva di scrupoli, eticamente disonesta, portatrice di una concezione del mercato più vicina alla logica predatoria che a quella liberale. Il problema non è soltanto politico, ma istituzionale visto il tentativo di indebolire la separazione dei poteri, di ridurre il ruolo del Congresso, di mettere in discussione il rapporto tra governo federale e Stati, fino a cambiare la logica stessa del sistema politico statunitense. Anche di fronte a una possibile sconfitta elettorale, osserva ancora, Trump potrebbe non arretrare ma, al contrario, potrebbe tentare di rafforzare ulteriormente l’uso degli ordini esecutivi, presentandosi come interprete diretto di una presunta maggioranza popolare.
Eppure, l’intervista non si chiude su una nota di rassegnazione. Parsi rifiuta l’idea che la battaglia sia perduta in partenza. Le democrazie devono ritrovare nuovi strumenti di controllo, nuovi “checks and balances”. La risposta, secondo il professore, può venire dall’Europa intesa in senso ampio, quindi non solo Unione europea, ma anche Svizzera, Gran Bretagna, Norvegia e tutti quei Paesi che condividono una cultura politica fondata su regole, limiti, libertà e cooperazione. L’Europa, ricorda, è ancora una delle principali economie del pianeta ed è l’area in cui diritti, libertà, divisione dei poteri e mercato regolato sono tra i più tutelati al mondo. La sfida, dunque, non è inventare da zero un nuovo modello, ma difendere e aggiornare quello che ha garantito prosperità e stabilità per ottant’anni. Agire nel rispetto delle regole, tutelare i propri interessi senza rinunciare ai principi, opporsi alla logica della forza. Questa è, per Parsi, la responsabilità storica dell’Europa.

I temi di 60 Minuti
Telegiornale 08.06.2026, 20:00

USA-Iran, quali le mosse di Trump?
Telegiornale 02.06.2026, 20:00








