Cercava un riscatto, pur parziale e differito. L’occasione per un’uscita di scena all’altezza del suo orgoglio. Per non essere ricordato come un comprimario di lusso, l’ottimo cancelliere dello scacchiere di un governo di successo. Presieduto però da un altro, con più talento (e fortuna), l’amico rivale di una vita, Tony Blair. Ha atteso quattro anni il suo momento, Gordon Brown. Dalla sconfitta elettorale del 2010, quando era stato bruscamente sfrattato da Downing Street.
La carriera politica di Brown, figlio di un pastore presbiteriano, rigoroso nei conti e brusco nei modi, è coincisa con quella di Blair. Introverso e ombroso il primo quanto empatico e seducente il secondo. Nel 1994 scalano il partito, tre anni dopo il New Labour guida il paese. Tony è l'immagine della Cool Britannia, Gordon lo sgobbone modernizzatore che favorisce un decennio di crescita, rende indipendente la Banca d’Inghilterra, mantiene il Regno fuori dall’euro.
Stringono un patto: Brown accetta il ruolo di gregario in cambio della staffetta dopo due legislature. Nel 2005, però, Blair non lascia il testimone, i rapporti tra i due si incrinano per sempre. Tradimenti, imboscate, ripicche. Il passaggio, adesso forzato, avviene due anni dopo. Brown diventa primo ministro senza passare dalle elezioni. Che non indice neppure quando, nell’autunno 2007, gode di un consenso plebiscitario. Paura o presunzione, diventerà la sua condanna. Trascorrono pochi mesi e il mondo viene travolto da una crisi finanziaria ciclopica. Il nuovo premier si dibatte tra recessione e salvataggio delle banche, cresce la disoccupazione assieme al deficit pubblico. Inizia la sua lenta capitolazione, sancita dalle elezioni generali 2010, le peggiori per i laburisti dal 1983. Brown è già il passato.
Scompare dalla scena pubblica. A Westminster lo si vede solo nove volte, ritorna a vivere in Scozia, scrive le sue memorie, si ricicla come conferenziere e inviato speciale delle Nazioni Unite. Ormai è un ex politico, per sua stessa ammissione (Qatar, 2013). Sogna però una rivincita col destino. Che arriva lo scorso settembre. La Scozia rischia di diventare indipendente. Panico tra gli unionisti, è David Cameron in persona a convincerlo a dare una mano. Gli bastano pochi discorsi per trasmettere “passione e credibilità” alle ragioni del “NO”, che infine vince. Gli chiedono di restare per guidare il Labour scozzese, e magari diventare primo ministro scozzese. Ma Brown declina, ha già ottenuto quello che cercava.
Lorenzo Amuso




