Guerra in Libano

Promesse mancate e solidarietà inattesa in una tendopoli a Beirut

Centinaia di famiglie cacciate dalle proprie case dall’esercito israeliano aspettano ancora acqua e bagni. Ad aiutarle, lavoratori stranieri di passaggio.

  • Ieri, 19:19
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  • RSI
Di: Bettina Müller, inviata RSI in Libano

Tra i grattacieli del centro finanziario di Beirut e il lungomare si estende un ampio sterrato punteggiato da un centinaio di tende blu. Qui, vivono le famiglie cacciate dalle proprie case nel sud del Libano dall’offensiva israeliana: gente che in pochi minuti ha perso tutto, persone che da mesi attendono risposte da un governo che ha promesso servizi mai arrivati.

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Beirut: reportage fra le tende degli sfollati

SEIDISERA 10.06.2026, 18:00

  • KEYSTONE

Mahmoud Yassin ha circa sessant’anni, viene da Houla, villaggio del sud a ridosso della frontiera con Israele. Davanti alla sua tenda offre un tè e racconta: l’esercito israeliano gli ha dato un quarto d’ora per lasciare la casa di famiglia, poi l’ha bombardata. Al posto della sua abitazione, con il grande giardino, è rimasto un cumulo di macerie.

“Lei penserà che siamo degli straccioni vedendoci qui accampati. Ma noi siamo benestanti. Sono un imprenditore. Avevamo una bella casa, con un grande giardino. E ci hanno cacciati via dalle nostre terre”, racconta. Da due mesi lui e gli altri uomini della famiglia dormono sotto la tenda, mentre le donne sono state sistemate in un appartamento in affitto per avere almeno un tetto e l’acqua corrente. “Il governo aveva promesso docce, bagni e cisterne. Niente di niente. Usiamo il bagno di un supermercato qui vicino”.

Mahmoud Yassin

Mahmoud Yassin

  • RSI

“Non abbandoremo mai la nostra terra”

Al racconto si sovrappone la voce di Atwi, sfollato da Tiro. “Siamo gente dura e resistente. Non abbandoneremo mai la nostra terra. Torneremo al villaggio e lo ricostruiremo”. E poi, con un tono che oscilla tra amarezza e sfida: “Le sembro un terrorista? Ho l’aria di uno che vuole morire per qualche guerra assurda? Noi vogliamo solo essere lasciati in pace. Stiamo difendendo le nostre case e il diritto di vivere dove abbiamo sempre vissuto”. Atwi importava automobili dalla Germania e le rivendeva in Libano: un commercio redditizio, ora distrutto insieme alla casa e al negozio.

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La tendopoli tra il quartiere finanziario e il lungomare di Beirut

RSI Info 10.06.2026, 09:16

Poco distante, un’altra famiglia sfollata dal sud occupa due tende affiancate: i nonni, i bambini piccoli, gli adolescenti che seguono online le lezioni del maestro del loro villaggio. Anche loro offrono il caffè. “Quando piove è un disastro, tutto è allagato”, dice la giovane madre. Suo figlio racconta ridendo che fanno i bisogni nelle bottiglie, perché i gabinetti non ci sono; ci si lava nei catini.

Il nonno Hassan è sconcertato dalle promesse non mantenute del governo libanese. Eppure qualcosa lo “rincuora davvero”: non le istituzioni, ma i singoli. “Vengono qui delle persone a caso, di loro iniziativa, con cibo e vestiti. Spesso sono lavoratori stranieri che abitano a Beirut. C’è un uomo del Bangladesh che fa anche musica per i bambini. Due etiopi che portano da mangiare e dolci per i bambini tutti i fine settimana. Sentire che a qualcuno importa di questa nostra situazione così ingiusta e crudele”.

Hassan pensa al villaggio, ai punti di riferimento di una vita intera: la casa della zia, quella del cugino, i vicini di sempre, le stesse famiglie da generazioni. Adesso tutti sparpagliati. Nel campo ci sono tensioni, liti durante le distribuzioni di cibo. E i bambini, osserva con preoccupazione, “si sono imbarbariti, con le loro Kalashnikov giocattolo, e i genitori non hanno l’energia per tenerli a bada”.

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Libano: la diretta della nostra inviata

Telegiornale 09.06.2026, 20:00

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