Tra i grattacieli del centro finanziario di Beirut e il lungomare si estende un ampio sterrato punteggiato da un centinaio di tende blu. Qui, vivono le famiglie cacciate dalle proprie case nel sud del Libano dall’offensiva israeliana: gente che in pochi minuti ha perso tutto, persone che da mesi attendono risposte da un governo che ha promesso servizi mai arrivati.

Beirut: reportage fra le tende degli sfollati
SEIDISERA 10.06.2026, 18:00
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Mahmoud Yassin ha circa sessant’anni, viene da Houla, villaggio del sud a ridosso della frontiera con Israele. Davanti alla sua tenda offre un tè e racconta: l’esercito israeliano gli ha dato un quarto d’ora per lasciare la casa di famiglia, poi l’ha bombardata. Al posto della sua abitazione, con il grande giardino, è rimasto un cumulo di macerie.
“Lei penserà che siamo degli straccioni vedendoci qui accampati. Ma noi siamo benestanti. Sono un imprenditore. Avevamo una bella casa, con un grande giardino. E ci hanno cacciati via dalle nostre terre”, racconta. Da due mesi lui e gli altri uomini della famiglia dormono sotto la tenda, mentre le donne sono state sistemate in un appartamento in affitto per avere almeno un tetto e l’acqua corrente. “Il governo aveva promesso docce, bagni e cisterne. Niente di niente. Usiamo il bagno di un supermercato qui vicino”.

Mahmoud Yassin
“Non abbandoremo mai la nostra terra”
Al racconto si sovrappone la voce di Atwi, sfollato da Tiro. “Siamo gente dura e resistente. Non abbandoneremo mai la nostra terra. Torneremo al villaggio e lo ricostruiremo”. E poi, con un tono che oscilla tra amarezza e sfida: “Le sembro un terrorista? Ho l’aria di uno che vuole morire per qualche guerra assurda? Noi vogliamo solo essere lasciati in pace. Stiamo difendendo le nostre case e il diritto di vivere dove abbiamo sempre vissuto”. Atwi importava automobili dalla Germania e le rivendeva in Libano: un commercio redditizio, ora distrutto insieme alla casa e al negozio.
La tendopoli tra il quartiere finanziario e il lungomare di Beirut
RSI Info 10.06.2026, 09:16
Poco distante, un’altra famiglia sfollata dal sud occupa due tende affiancate: i nonni, i bambini piccoli, gli adolescenti che seguono online le lezioni del maestro del loro villaggio. Anche loro offrono il caffè. “Quando piove è un disastro, tutto è allagato”, dice la giovane madre. Suo figlio racconta ridendo che fanno i bisogni nelle bottiglie, perché i gabinetti non ci sono; ci si lava nei catini.
Il nonno Hassan è sconcertato dalle promesse non mantenute del governo libanese. Eppure qualcosa lo “rincuora davvero”: non le istituzioni, ma i singoli. “Vengono qui delle persone a caso, di loro iniziativa, con cibo e vestiti. Spesso sono lavoratori stranieri che abitano a Beirut. C’è un uomo del Bangladesh che fa anche musica per i bambini. Due etiopi che portano da mangiare e dolci per i bambini tutti i fine settimana. Sentire che a qualcuno importa di questa nostra situazione così ingiusta e crudele”.
Hassan pensa al villaggio, ai punti di riferimento di una vita intera: la casa della zia, quella del cugino, i vicini di sempre, le stesse famiglie da generazioni. Adesso tutti sparpagliati. Nel campo ci sono tensioni, liti durante le distribuzioni di cibo. E i bambini, osserva con preoccupazione, “si sono imbarbariti, con le loro Kalashnikov giocattolo, e i genitori non hanno l’energia per tenerli a bada”.

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Telegiornale 09.06.2026, 20:00







