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Oltre le macerie del Ponte Morandi: la memoria degli sfollati 

Furono 566 che dovettero lasciare le proprie abitazioni a causa del crollo - Franco Ravera racconta il dramma di chi ha perso non solo la casa, ma una storia collettiva di solidarietà

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Il ponte spezzato

Il ponte spezzato

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Di: SEIDISERA - Francesca Torrani/M.Mar. 

Il processo sul crollo del Ponte Morandi è arrivato ad una prima importante svolta: giovedì Giovanni Castellucci, ex amministratore delegato di Autostrade per l’Italia, è stato condannato in primo grado a 12 anni di detenzione dal Tribunale di Genova. Agli altri ex vertici sono invece state inflitte pene tra gli 11 e i 5 anni.

Della tragedia del 14 agosto 2018 non si ricorda soltanto il disastro architettonico, ma soprattutto la morte di 43 persone e le conseguenze subite dalle 566 persone sfollate che abitavano nell’area sottostante al ponte, le cui case furono dichiarate inagibili e in alcuni casi furono demolite. Al processo era presente anche Franco Ravera, presidente dell’associazione Quelli del Ponte Morandi, che raggruppa gli sfollati di allora.

“Il ponte è crollato sul torrente Polcevera”, afferma Ravera ai microfoni di SEIDISERA, “le nostre case sono state soltanto lambite dal crollo, però da subito sono state evacuate, perché c’era il pericolo che anche l’altra parte del ponte rimasto in piedi crollasse”. Appena un’ora dopo il crollo è stata individuata una zona rossa, che ha creato numerosi sfollati. “Un poliziotto ha suonato e ci ha comunicato dal cortile di uscire (di casa, ndr)”, per questioni cautelative, ma “noi siamo rientrati a ottobre 2018”, circa due mesi dopo l’evacuazione. Ravera non ha però più potuto abitare il proprio appartamento perché, con l’istituzione della zona rossa e previo indennizzo, le case sono state acquistate dallo Stato.

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Ponte Morandi: le reazioni dei famigliari delle vittime

Telegiornale 16.07.2026, 20:00

Una comunità solidale

Perché creare un comitato che raggruppa gli sfollati di quella tragedia? “Per mantenere la memoria di una socialità”. Il palazzo in cui si trovava la casa di Ravera era infatti abitato da ferrovieri. Quell’edificio, quindi, non era un semplice condominio qualunque, ma rappresentava la storia di una collettività e di famiglie fortemente solidali tra di esse. “I miei genitori abitavano lì ancora prima di me. I miei fratelli abitavano in quel palazzo”, insiste “e al 99% i miei figli avrebbero abitato lì”.

Circa sette case sono state abbattute, mentre tre sono rimaste in piedi in via Porro e due in via del Campasso. “Quelle case, regalate al Comune di Genova, sono state vendute a una società immobiliare del Comune, per 10’000€ ad appartamento”. La società le sta ristrutturando “per poterle assegnare all’edilizia residenziale pubblica con un vincolo di destinazione di dieci anni, dopodiché potrebbe venderle sul libero mercato”, conclude Ravera.

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Genova, sentenza sul Ponte Morandi

SEIDISERA 16.07.2026, 18:00

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