Ogni Papa interpreta la Settimana Santa a modo suo. Nel recente passato Karol Wojtyla è diventato icona della sofferenza durante la Via Crucis, vissuta con il volto e le membra segnati dalla malattia. Ratzinger, con la sua dottrina forbita e profonda, ha ricordato le verità del cristianesimo a un mondo che non sempre lo ha ascoltato. E c’è Bergoglio, Papa Francesco, che intesse la sua Settimana Santa di gesti e parole dalla presa immediata.
Alcune si candidano a durare nel tempo. Come, ad esempio, la lode ai preti anziani che faticano. Una fatica sana, frutto del lavoro pastorale di una vita e non dell’ozio. Aggiungerei il richiamo ai Vescovi che si intravvedono sfrecciare in automobili dai vetri oscurati. Questa non è la Chiesa di Francesco. Questo Papa mette i poveri al centro, quelli che ha invitato a visitare la Cappella Sistina. Perché la bellezza dell’arte, come il messaggio del Vangelo, sono di tutti, non esclusiva di dotti sapienti o ricchi signori. I più poveri, dall’Argentina all’Africa, vivono per 52 settimane all’anno una Via Crucis di dolore continuo. Francesco vuole ricordare loro – con i gesti e le parole - che dopo il Venerdì Santo viene la gioia della Pasqua. E che la “sua” Chiesa sta lavorando per loro, in questa prospettiva.
Bruno Boccaletti
I clochard ai Musei Vaticani




