La politica globale sta diventando sempre più brutale, mentre diplomazia e compromesso sembrano arretrare. In questo contesto si inserisce l’ultimo lavoro del filosofo tedesco Peter Sloterdijk (“Der Fürst und seine Erben. Über grosse Männer im Zeitalter gewöhnlicher Leute”, Suhrkamp, 2026), che prova a cogliere lo spirito del nostro tempo. Insisitendo sul fatto che figure come Trump, Putin, Xi Jinping e Narendra Modi, insomma i potenti della terra, sono a suo dire i nuovi “principi” dell’epoca contemporanea e come tali vanno guardati.
Considerato uno dei più importanti innovatori del pensiero filosofico contemporaneo, pensatore a tratti controverso perché lontano dal rigore proprio della filosofia accademica (e alcune sue uscite in questi anni lo hanno dimostrato), Sloterdijk si rifà per esporre la sua tesi a un modello esplicito, quello delineato da Niccolò Machiavelli nel 1513 nel suo celebre trattato “Il Principe”, un testo che il filosofo tedesco, oggi settantottenne, assume come punto di partenza imprescindibile.
Oltre il bene e il male
L’intuizione decisiva di Machiavelli è che il governante non agisce più in nome di un ordine divino. È piuttosto colui che si eleva sopra una popolazione ancora legata ai giudizi comuni di bene e male. I governanti, tuttavia, si collocano al di là di queste categorie, senza essere chiamati a risponderne. Certo, Machiavelli scrive in un’altra epoca, ma, sostiene Sloterdijk, le sue tesi restano attuali.
Sloterdijk concentra la sua analisi soprattutto su Trump. Non sarebbe un vero politico, quanto - sono parole sue - «un pagliaccio che si atteggia a dittatore». Eppure, sostiene ancora, proprio perché eletto democraticamente, il presidente americano rappresenta un esempio emblematico di come conquiste ottenute con strumenti democratici possano essere messe a rischio da forme di regressione.
A questo proposito, Sloterdijk richiama “Napoleone il Piccolo”, il testo pubblicato nel 1852 da Victor Hugo contro Luigi Napoleone Bonaparte. Eletto nel 1848, quest’ultimo trasformò infatti la Repubblica francese nel Secondo Impero attraverso il colpo di Stato del 1851 e la successiva proclamazione a imperatore (Napoleone III) l’anno seguente.
La “banalità dei grandi”
Nel suo pamphlet, Hugo metteva già in luce quella che Sloterdijk definisce la «banalità della grandezza». E’ un’intuizione che, secondo il filosofo tedesco, anticipa la più celebre «banalità del male» elaborata da Hannah Arendt nel 1961 durante il processo Eichmann.
https://rsi.cue.rsi.ch/cultura/filosofia-e-religione/Hannah-Arendt-e-l%E2%80%99attualit%C3%A0-de-%E2%80%9CLa-banalit%C3%A0-del-male%E2%80%9D--2393530.html
Lo stesso meccanismo si ritrova, in forma diversa, anche nei «crimini» di potere contemporanei: «Ciò che è veramente incomprensibile», scrive Sloterdijk, «è che persone così piccole e insignificanti possano, insieme ai loro simili, provocare danni così immensi». Quando questa sproporzione diventa evidente, emerge un senso di assurdità. Del resto la stessa Arendt, analizzando i documenti del processo, non poté fare a meno di cogliere anche un elemento grottesco.
Ognuno è un sovrano
Per Sloterdijk non si tratta soltanto di smascherare la banalità del potere. Il punto decisivo è un altro, e cioè riconoscere che, nel profondo, ogni individuo è un sovrano. La sovranità non appartiene dunque solo ai “grandi”, è al contrario una possibilità diffusa, che richiede insieme consapevolezza. Il compito, per concludere, non è soltanto criticare i nuovi principi, bensì recuperare una coscienza politica all’altezza dei tempi.
LEGATO alla trasmissione radiofonica di SRF, “Kultur-Aktualität”, del 3 giugno 2026









