Oggi Krasnaja Poljana ha ben poco del bel pascolo cui deve il suo nome. In questa giornata uggiosa, la regione dove si trovano le piste e il trampolino dei Giochi ha un'aria un po' spettrale.
Di neve in giro se ne vede poca. Il nostro traduttore, che di mestiere fa la guida alpina, non ne è stupito. Di solito arriva più tardi, a partire dalla metà di febbraio - ci dice - quando le gare saranno già iniziate da una settimana.
A 400 metri da noi, sul pendio, un gatto delle nevi è al lavoro, ma è soprattutto sulle strade che si vede un gran traffico di veicoli con il logo "Sochi 2014" e persone. Tutte intente a rattoppare, chiudere, spostare, sistemare, misurare, controllare.
Un gruppo di operai ci viene incontro in salita, pale in spalla e passo lento. Li fermiamo. Stanno ripulendo le strade, lavorano dalle 8 alle 18, con la pausa, e nessuno sembra lamentarsi delle condizioni.
La cosa che ci stupisce di più è che sono tutti ceceni. Siamo incuriositi. Un'organizzazione per i diritti umani ci aveva detto solo qualche giorno fa che ceceni e daghestani erano "sorvegliati speciali" a causa della loro provenienza geografica e dovevano per questo sottostare a una trafila particolare per ottenere un lavoro.
Smentiscono, e non sembrano nemmeno particolarmente imbarazzati o preoccupati a parlare con dei giornalisti. "Allah akbar", si congedano. Li saluto e li guardo allontanarsi, oppresso dal pensiero che il dubbio rimanga l'unica certezza di chi fa il mio mestiere.
Alessandro Chiara






