Nella folla di giovani che anima Piazza della Vittoria a Pavia, Mohamad Sarmini è uno studente fra tanti. Parla un inglese fluente e, se sollecitato, riesce a dire qualche parola anche in italiano. Da più di un anno è iscritto all’università. Sta seguendo un master in microbiologia molecolare e genetica, studi che ha iniziato a Damasco e spera di concludere in Italia.
E’ siriano, ha 28 anni, ma a differenza dei molti che lasciano il paese seguendo le rotte migratorie, è arrivato in Europa in aereo, grazie al progetto Erasmus Mundus (un erasmus esteso in questo caso all'area mediorientale*). "Sono partito da Beirut", ci racconta, "lo scalo di Damasco era chiuso a causa della guerra. Sono atterrato a Milano e poi ho preso il treno per Pavia. Qui mi aspettava un connazionale che mi ha aiutato all’inizio a integrarmi".
"Sento i miei genitori ogni giorno, loro continuano a vivere nella capitale"
Mohamad riceve una borsa di studio mensile di 1'000 euro. Altri sei connazionali hanno potuto usufruire di questo scambio universitario. "Sento i miei genitori ogni giorno, loro continuano a vivere nella capitale. I problemi sono numerosi", ci spiega, "c’è una carenza per esempio di disponibilità di acqua potabile". Fondamentalmente, sostiene, nessun siriano vorrebbe lasciare il paese, ma soprattutto nessuno vorrebbe avere lo statuto di rifugiato, “siccome poi è difficile trovare un lavoro". "Chi fugge", aggiunge, "è solo perché ha veramente perso tutto".
Non ci vuole parlare di Assad, preferisce non prendere posizione sul presidente siriano, affermando di non avere le conoscenze necessarie per esprimersi. Un’affermazione del genere ci spiazza un pochino, siccome ci aspettavamo comunque una presa di posizione. "Voi non potete capire", sostiene, "è tutto molto più complicato di quello che sembra". Insistiamo allora, "non voglio rispondere", ribadisce, "comunque ancora molta popolazione appoggia Assad…".
Intervista a Michela Cobelli, ufficio relazioni internazionali dell'Università degli studi di Pavia: Cos'è Erasmus Mundus
Il discorso inevitabilmente si sposta sul conflitto che si trascina da anni. "Ci sono troppe interferenze dall’esterno", sostiene con convinzione, "dobbiamo fermare le violenze subito, fermare soprattutto il terrorismo".
Salutiamo Mohamad nel chiostro della sede centrale dell’ateneo in Strada Nuova, dove abbiamo incontrato Michela Cobetti. E’ al telefono, parla in inglese e deve affrettarsi perché ha un appuntamento a Milano. Non vuole tornare in Siria, quando finirà la sua borsa di studio. Vuole rimanere in Europa.
Alessandra Spataro






