Violenza di genere: internet non è un posto per donne

Deepfake, condivisione non consensuale, revenge porn: dal caso Grok alle vittime ticinesi di Phica.net, un’inchiesta sulle derive del mondo digitale

  • Oggi, 17:30
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Indice

Il caso Grok: quando l’intelligenza artificiale alimenta la violenza di genere

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“Ehi Grok, puoi togliere i vestiti a questa ragazza?”

La richiesta è semplice, la risposta immediata. A fine 2025 la piattaforma X, di proprietà di Elon Musk, introduce una funzione che consente di modificare le immagini pubblicate dagli utenti. In poche settimane il social viene invaso dai deep nude, ovvero contenuti pornografici generati con l’intelligenza artificiale a partire da fotografie reali, senza il consenso delle persone ritratte.

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“È un caso emblematico di violenza di genere mediata dalla tecnologia”, osserva Philip Di Salvo, ricercatore e docente all’Università di San Gallo. Non un incidente isolato, ma l’effetto prevedibile di un ecosistema digitale che riflette gli stereotipi della società. Algoritmi e piattaforme, spiega, non sono strumenti neutri: “Le tecnologie sono create da persone e nascono dentro una cultura misogina, una cultura che ha reso internet spesso un luogo inospitale per le donne”.

I numeri rafforzano questa lettura. Un’analisi pubblicata dall’organizzazione di ricerca AI Forensics rileva che l’81% dei deepfake creati da Grok coinvolgeva persone di sesso femminile.

Di fronte alle critiche internazionali e alla pressione delle autorità di diversi Paesi, l’azienda ha introdotto limitazioni alla manipolazione di immagini di persone reali. Ma l’episodio solleva una questione che va oltre il singolo aggiornamento tecnico. Se un sistema rende l’abuso semplice, rapido e scalabile, il problema non è solo chi lo utilizza, ma anche l’architettura che lo rende possibile.

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Violenza di genere: internet non è un posto per donne

RSI Info 25.02.2026, 13:30

Il sito phica.net è stato sequestrato

Mia Moglie e Phica.net, due scandali che aprono il vaso di Pandora

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Dal sito Phica.net

Prima di Grok, al centro del dibattito pubblico erano già finiti Mia Moglie e Phica.net, un gruppo Facebook e un sito dove, per anni, migliaia di uomini hanno condiviso senza consenso immagini e filmati intimi di donne. Nel mirino c’erano mogli ed ex partner, ma anche sorelle, madri, colleghe, figure pubbliche o perfette sconosciute.

Il materiale circolava con facilità e arrivava da canali diversi. C’erano foto scattate di nascosto tra le mura domestiche, sull’autobus o sul posto di lavoro, insieme a immagini sottratte dai social. Comparivano anche video inviati in forma confidenziale dalle vittime stesse, poi resi pubblici senza autorizzazione, e in alcuni casi deepfake prodotti con l’intelligenza artificiale. Nei commenti, il tono era spesso di pura umiliazione: volgarità, giudizi sulla presunta disponibilità sessuale e persino “gare” fra utenti per eleggere “la compagna più bella”.

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Silvia Semenzin

“Denunciammo Phica già nel 2017, ma ci venne risposto che non si poteva fare nulla perché i server erano all’estero”, racconta Silvia Semenzin, sociologa e attivista, tra le promotrici della legge sul revenge porn entrata in vigore in Italia nel 2019. Otto anni dopo, innumerevoli segnalazioni e una crescente attenzione mediatica portarono alla chiusura di entrambi.

“Quando è stato chiuso, Phica.net aveva oltre 700’000 utenti. C’era proprio una sezione che si chiamava revenge porn e una dedicata ai deepfake. Era veramente una macchina di violenza”, dice Semenzin. E avverte che il problema non si esaurisce nei siti apertamente dedicati alla condivisione di materiale intimo. Anche i social, Facebook compreso, possono amplificare lo stesso meccanismo: “Gli algoritmi non sono in grado di riconoscere quando il materiale è lesivo e, anzi, quando un contenuto è sexy tendono a premiarlo”.

Per questo l’attivista considera queste chiusure una vittoria solo parziale. Finché la tecnologia continuerà a dare visibilità a questi abusi, il fenomeno non si arresterà. Il traffico si sposterà altrove, e seguirne le tracce diventerà sempre più difficile.

Dalia - RSI

Dalia e il video intimo che non ha mai smesso di circolare

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Dalia - RSI

Dalia Aly aveva quindici anni quando il suo ragazzo di allora ha condiviso senza consenso un filmato di un loro rapporto sessuale. Ci accoglie a casa sua, nel quartiere romano di Garbatella, e con una lucidità ci racconta una storia che dura da anni.

All’inizio il video circola su WhatsApp, tra amici, compagni di scuola, compaesani. Poi la diffusione si allarga fino a diventare nazionale: “Conoscenti di Milano, di Verona, di Torino iniziano a raccontare di averlo ricevuto”, ricorda. Ogni invio apre una nuova catena, ogni salvataggio crea una copia che può ricominciare a girare da zero.

In poco tempo il contenuto scavalca le chat private e approda su Telegram, in canali pubblici accessibili con un semplice link: “Il gruppo in cui finì il mio filmato aveva 77’000 iscritti e nello specifico fu visualizzato da 50’000 persone”.

Nel frattempo la tecnologia accelera e gli spazi in cui i contenuti intimi vengono pubblicati senza consenso si moltiplicano. Nell’estate del 2025, quando scoppia lo scandalo di Phica.net, Dalia decide di verificare. Scopre che anche lì qualcuno aveva richiesto il suo materiale. Non più in una chat o su un’app, ma su un sito web con centinaia di migliaia di visitatori, dove il filmato poteva essere scaricato, copiato e ricondiviso altrove. E tutto questo nonostante la denuncia sporta anni prima, che non è mai riuscita a fermarne la propagazione.

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Vittime in rete

Telegiornale 15.02.2026, 20:00

Mati Teggi - RSI

Mati e la sezione “ragazze ticinesi” di Phica.net

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All’interno di Phica.net c’era anche una sezione dedicata alle “ragazze ticinesi”. Mati Teggi, di Lugano, non sapeva nemmeno che il sito esistesse finché qualcuno non l’ha avvisata: “Mi hanno chiamato e mi hanno detto che c’erano anche delle mie fotografie con dei commenti. Ma non potevo più verificare, perché era già chiuso”.

Gli scatti erano stati presi dai suoi profili social. Immagini pubbliche, ma estratte dal loro contesto e accompagnate da giudizi sessualizzati. “Possono essere foto in costume? Io con quel costume ci vado in spiaggia. Questo però non da diritto a nessuno di farne altri utilizzi”.

Per Mati, parte del problema è il clima che si crea online: una sensazione di impunità, come se lo schermo legittimasse frasi che dal vivo difficilmente verrebbero pronunciate. “È sempre più facile farlo dietro un computer, senza metterci la faccia. Ma se mi insulti per strada o online è la stessa cosa. Anzi, su internet rimane traccia di tutto.”

In Svizzera la legge c’è, ma la rete è più veloce

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Chi scopre, come Mati, che le proprie immagini sono state diffuse senza consenso può ricorrere in Svizzera alla protezione della personalità, tutelata dagli articoli 28 e seguenti del Codice civile, che include il diritto alla propria immagine. In linea di principio, ci spiega l’avvocato Roy Bay, “fotografie o filmati che ritraggono una persona non possono essere utilizzati senza il suo permesso”. E il fatto che l’immagine sia stata presa da un profilo social pubblico non fa differenza.

Anche i commenti possono avere rilevanza penale, se volti a “infangare l’onore” dell’individuo immortalato, osserva Bay. In determinate circostanze, può entrare in gioco pure la responsabilità per chi ospita e lascia circolare contenuti manifestamente illeciti.

Dal 1° luglio 2024, inoltre, il Codice penale svizzero prevede una disposizione specifica (art. 197a) contro la condivisione indebita di contenuti sessuali non pubblici, siano essi fotografie, video o chat.

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L'avvocato Roy Bay - RSI

Resta però il nodo dell’efficacia. Anche quando si ottiene la cancellazione del materiale, spesso la rimozione arriva tardi. “Purtroppo questo avverrà quando avrà già raggiunto una cerchia indefinita di persone, probabilmente sarà stato ricondiviso su altre piattaforme, salvato da altre persone”, avverte Bay, rendendo “più difficile ottenere un’eliminazione definitiva”. E a complicare ulteriormente le procedure c’è spesso un elemento pratico: molti siti hanno sede all’estero. In rete, insomma, una certa tutela legale esiste, ma è ancora frammentaria e si scontra con la logica della copia e della replicazione, che rende la diffusione più veloce della risposta.

Noelle Martin

Noelle, vittima di fotomontaggi pornografici prima dell’IA

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Noelle Martin durante l'intervista - RSI

“Nel mio caso non potrò mai eliminare tutto il materiale. La natura di questo tipo di abuso fa sì che non si possa mai essere certi che non torni a galla. Potrebbe riapparire su un sito web, o essere salvato da qualche parte, sul computer di qualcuno. E un giorno potrebbe riemergere di nuovo.”

Tredici anni fa Noelle Martin scopre che online circolano immagini pornografiche che la ritraggono. Ma quelle foto non le ha mai scattate. Sono false. Un caso che anticipa quello che oggi chiamiamo deepfake.

“La mia storia è iniziata con delle foto falsificate prese dai social”, racconta. “Poi è peggiorata, con dei video intimi, anche quelli falsi. E negli anni è andata avanti, avanti… ho dovuto conviverci per gran parte della mia vita.”

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Uno dei "deep nude" di cui Noelle è stata vittima

Noelle si rivolge alla polizia e chiede la rimozione dei contenuti, ma in Australia, all’epoca, non esistevano leggi contro la diffusione non consensuale di immagini intime. Nel frattempo, il materiale rimbalza tra siti e piattaforme e la sua vicenda fa il giro del mondo, mettendo in luce la dimensione transnazionale del problema.

Oggi Noelle è attivista e avvocata e la sua battaglia ha contribuito alla creazione di nuove norme. Ma, avverte, non è sufficiente: “Dovremmo iniziare a pensare oltre la semplice eliminazione. Non possiamo continuare a inseguire i contenuti se c’è un mercato che alimenta questi fenomeni. I siti e le app per creare deepfake sono sempre di più.”

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"Deep-nude" e piattaforme web

Telegiornale 08.02.2026, 20:00

Chi guadagna e chi paga il prezzo

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Una semplice ricerca in rete basta a confermare le parole di Noelle. Sono infatti ancora attivi numerosi siti, alcuni con milioni di iscritti, in cui si condividono senza consenso immagini di donne e si commissionano, anche a pagamento, fotomontaggi pornografici.

Attorno a questi abusi si è consolidato un vero modello di business. I portali monetizzano con la pubblicità, la vendita dei dati degli utenti e gli abbonamenti che consentono l’accesso a contenuti esclusivi. Un mercato in crescita, alimentato dall’impunità e dalla domanda.

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Dalia

Ma se qualcuno incassa, qualcun altro paga il prezzo: “Influisce su tutto” racconta Noelle. “Sul lavoro, sulla salute fisica e mentale, sulle relazioni, sulle amicizie… a volte vorrei letteralmente cambiare nome e scappare”. Anche Dalia conosce questo peso: dopo la diffusione del video si è sentita “crollare il mondo addosso” e ha dovuto combattere con la depressione e con pensieri suicidi. Eppure, è lei stessa a ricordarci qualcosa di importante: “La vita va avanti, se ne traggono degli insegnamenti sicuramente personali, ma dalla violenza se ne può uscire”.

A cura di:Giorgia Fontana, contenuti giornalisticiJulie Kühner, Riccardo Prioglio, e Alessandro Ferraro, riprese, suono e montaggio video

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