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Armi statunitensi in ritardo, Paesi asiatici preoccupati

Ricostituzione delle scorte prima della consegna di pacchetti già venduti - I Paesi asiatici, che spinti dagli USA avevano alimentato le tensioni con Pechino, oggi si sentono traditi

  • 43 minuti fa
Due lanciatori Patriot in un parco di Taipei, in occasione delle esercitazioni annuali del 2025

Due lanciatori Patriot in un parco di Taipei, in occasione delle esercitazioni annuali del 2025

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Di: Lorenzo Lamperti, Collaboratore RSI da Taiwan

Gli Stati Uniti spaventano gli alleati asiatici. La guerra contro l’Iran e le necessità create dalla crisi in Medio Oriente stanno peggiorando un problema presente già da tempo in Asia orientale: il ritardo nella consegna di armi già acquistate. Una questione in qualche modo iniziata già dopo l’invasione russa dell’Ucraina, ma che ora si è decisamente ampliata. E a cui si aggiunge un fattore che va oltre la mera difficoltà tecnico-operativa: l’incertezza sulla tenuta degli impegni di sicurezza dell’amministrazione di Donald Trump.

I segnali si stanno accumulando. Secondo il Financial Times, il segretario alla Difesa americano Pete Hegseth ha già avvertito il Giappone che ci saranno “ritardi significativi” nella consegna prevista di 400 missili Tomahawk. Tokyo li aveva ordinati per la prima volta nel 2024 per rafforzare la capacità di deterrenza contro Cina e Corea del Nord. L’accordo, del valore di 2,35 miliardi di dollari, era stato concluso anche dopo le crescenti pressioni di Washington per far aumentare la spesa militare giapponese. La decisione americana di rallentare la consegna dei missili, dando priorità alla ricostituzione delle scorte consumate nella guerra contro l’Iran, colpisce infatti il cuore della trasformazione strategica giapponese. I Tomahawk sono infatti destinati a ridefinire l’identità strategica giapponese, dotando Tokyo di una capacità di contrattacco inedita dopo decenni di politiche pacifiste. Quei missili sono visti come il modo di ridurre il gigantesco squilibrio missilistico con Pechino. La Cina dispone di oltre duemila missili a lungo raggio in grado di colpire il territorio giapponese. Il Giappone sta invece cercando di costruire una nuova deterrenza attorno a sistemi ancora da ricevere che ora scopre non vedrà per ancora qualche tempo.

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La visita di Trump in Cina

Telegiornale 14.05.2026, 20:00

“Speriamo che gli Stati Uniti possano venire incontro alle nostre esigenze”, dice a RSI un diplomatico giapponese che chiede di restare anonimo, ammettendo che col ritorno di Trump la gestione dell’alleanza “è molto cambiata”. La preoccupazione di Tokyo è di vedere erosa la “protezione” dell’alleato americano dopo essersi esposti nei confronti di Pechino, in parte proprio su richiesta di Washington. Una tendenza ampliata dalla premier conservatrice Sanae Takaichi, che ha accelerato il processo di riarmo e il superamento di alcune limitazioni “pacifiste” del passato, manifestando anche un supporto parzialmente inedito a Taiwan. La Cina ha risposto con rabbia, innescando una profonda crisi diplomatica su cui ora il Giappone teme di restare senza supporto.

Oltre ai ritardi, ci sono anche i “ritiri”. Negli ultimi mesi, Washington ha già spostato verso il Medio Oriente alcuni sistemi antimissile e asset dispiegati nella Corea del Sud. Sul territorio sudcoreano, ci sono circa 29 mila soldati statunitensi. Ma l’amministrazione Trump ha spesso mostrato una visione fortemente transazionale delle alleanze. Già durante il suo primo mandato, era stato a rischio il rinnovo di una serie di intese militari con Seul, dove la stabilità della presenza americana è ritenuta fondamentale per mantenere deterrenza ed equilibri con la Corea del Nord.

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Bambini e soldati al momento dell'accoglienza

RG 20.05.2026 La diretta di Lorenzo Lamperti

RSI Info 20.05.2026, 07:52

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Il caso di Taiwan è potenzialmente ancora più destabilizzante. Taipei parte da una situazione già critica, visto che da anni segnala pesanti ritardi nelle consegne americane di armi, che al momento ammontano all’imponente cifra di quasi 30 miliardi di dollari. Tra i dispositivi acquistati e non ancora arrivati sull’isola figurano, tra gli altri, Patriot e HIMARS. I ritardi esistevano già prima dell’Iran, ma la nuova crisi ha ampliato il problema. Tanto che, pochi giorni fa, il segretario della Marina ad interim degli Stati Uniti, Hung Cao, ha dichiarato in un’audizione al Senato che Washington ha sospeso l’approvazione della vendita di un maxi pacchetto da 14 miliardi di dollari a Taiwan, già approvata dal Congresso.

A questo si somma un aspetto che a Taipei viene visto come ancora più preoccupante. Dopo il recente summit con Xi Jinping, infatti, Trump ha definito esplicitamente le vendite di armi una “ottima carta negoziale” con Pechino. Una presa di posizione che disattende il tradizionale impegno di Washington a non discutere di questo tema con i leader della Repubblica Popolare Cinese. Gli Stati Uniti hanno ribadito diverse volte che la loro politica su Taiwan non è cambiata, ma la compresenza tra le dichiarazioni di Trump e i ritardi o sospensioni nelle vendite di armi alimentano il timore di un abbandono.

Tutto questo può avere un impatto politico rilevante in Asia orientale, sia per quanto riguarda la tenuta e profondità del sistema di alleanze che era stato rinvigorito dall’amministrazione Biden, sia sulle dinamiche interne di alleati e partner degli Stati Uniti. Negli ultimi anni, Washington ha chiesto ai governi asiatici uno sforzo enorme. In Giappone hanno spinto per un aumento radicale della spesa militare e per l’acquisizione di capacità offensive. A Taiwan hanno incoraggiato un profondo incremento della spesa per la sicurezza. In Corea del Sud hanno messo da parte le storiche dispute con Tokyo per un maggiore allineamento regionale.

Ora però emerge una domanda potenzialmente devastante sul piano interno: se i cittadini vengono chiamati a finanziare riarmo, sacrifici economici e tensioni con la Cina, ma poi gli armamenti arrivano in ritardo o diventano oggetto di trattativa politica tra Pechino e gli Stati Uniti, perché continuare su quella strada? Una domanda che offre un argomento alle forze politiche che si oppongono al riarmo o ne criticano l’accelerazione.

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RG 20.05.2026 La diretta di Lorenzo Lamperti

RSI Info 20.05.2026, 07:52

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