L’intelligenza artificiale è ormai entrata nella vita quotidiana, nel lavoro, nella scuola, nella sanità, nella comunicazione e persino nella guerra. Non è più soltanto una tecnologia da osservare a distanza, ma un sistema che orienta decisioni, produce contenuti, raccoglie dati e modifica il rapporto tra esseri umani, conoscenza e potere. Da qui la domanda al centro del dibattito di 60 Minuti: l’IA è un assedio tecnologico senza regole o uno strumento che possiamo ancora governare?
A discuterne, sotto la conduzione di Reto Ceschi, sono stati Alessandro Trivilini, esperto di sicurezza informatica forense, Matteo Colombo, giurista e direttore di Privacy Desk Suisse, Lelio Demichelis, sociologo della tecnica e dell’economia, e Michele Mattia, psichiatra e psicoterapeuta. In collegamento sono intervenuti anche Silvia Quarteroni, responsabile di Innovazione Swiss Data Science, e Markus Krienke, professore di Filosofia moderna ed etica sociale.
L’intelligenza artificiale, è emerso tra i molti spunti durante la discussione, è uno strumento potente, ma non neutro. Può aumentare efficienza, conoscenza e creatività, ma può anche indebolire autonomia, pensiero critico e capacità relazionali. Il rischio più profondo non è soltanto tecnico, è la delega alla macchina di dubbi, decisioni e processi di pensiero. Da qui nasce la questione del controllo. Non basta chiedersi che cosa questa tecnologia sia in grado di fare ma occorre capire chi decide i suoi usi, chi la finanzia, chi ne trae profitto e chi risponde delle sue conseguenze. La tecnologia si sviluppa dentro un sistema economico che privilegia velocità, prestazione e crescita continua, e proprio per questo non può essere considerata uno spazio neutrale.
Anche sul piano giuridico il problema è evidente perché le norme faticano a stare al passo con l’innovazione. Tuttavia anche le regole, da sole, non bastano perché, lo ha ben messo in evidenza l’ora di dibattito, servono formazione, alfabetizzazione digitale e una mappatura chiara degli strumenti già in uso, anche perché l’IA è spesso integrata nei servizi quotidiani senza che l’utente ne sia pienamente consapevole. Tra le immagini scaturite quella della “piovra”, con una presenza tentacolare. L’intelligenza artificiale entra nel lavoro, nella scuola, nella sanità, nella comunicazione e nelle relazioni, orientando scelte e comportamenti. Per questo la prima difesa resta la consapevolezza, seguita dal pensiero critico, cioé la capacità di distinguere, verificare, dubitare e non accettare automaticamente ciò che la macchina propone. Non sempre ciò che elimina la fatica aumenta la libertà ed a volte riduce anche la possibilità di crescere.
L’intelligenza artificiale nei conflitti ma pure in medicina
Un punto particolarmente delicato riguarda la guerra. L’IA è ormai parte dei conflitti contemporanei, attraverso droni, sistemi automatizzati, dati e interfacce digitali. Questa dimensione virtuale può rendere la guerra più distante e astratta, facendo perdere di vista corpi, vittime e sofferenza concreta.
Il dibattito ha richiamato anche il rischio di una nuova forma di pigrizia cerebrale e non perché la macchina domini con la forza, ma perché l’essere umano rinuncia volontariamente a esercitare il proprio giudizio.
Dietro l’apparente leggerezza dell’IA si nasconde una struttura materiale molto pesante. Server, energia, acqua, dati, infrastrutture e lavoro umano invisibile rendono possibile ciò che all’utente appare come una risposta istantanea. Anche per questo alcuni osservatori descrivono le grandi aziende dell’intelligenza artificiale come nuovi “imperi”, capaci di accumulare valore attraverso risorse e comunità spesso lontane dagli occhi del pubblico.
Non tutto, però, si riduce a una diagnosi negativa. Esistono applicazioni dell’IA, soprattutto in ambito medico e scientifico, capaci di analizzare dati, riconoscere pattern e sostenere diagnosi o scoperte con effetti molto positivi. È quindi necessario distinguere tra usi diversi e l’IA generativa, oggi più visibile, non esaurisce l’intero campo dell’intelligenza artificiale. Governare “questa galassia” significa quindi riportarla dentro un orizzonte democratico e umano. Non si tratta di fermare la tecnica, ma di renderla trasparente, discutibile e responsabile. Perché il problema non è soltanto quanto diventino intelligenti le macchine, ma quanto gli esseri umani siano ancora disposti a esercitare la propria intelligenza.

L'uso dell'intelligenza artificiale in guerra
Telegiornale 20.03.2026, 20:00

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