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Robot più veloci degli uomini: progresso o solo fascinazione?

Alla mezza maratona di Pechino un robot umanoide ha chiuso i 21 chilometri in tempo record - La filosofa Francesca Rigotti: “Creare robot umanoidi dà all’uomo l’illusione di poter replicare la vita”

  • Un'ora fa
Il robot umanoide che lo scorso 19 aprile 2026 ha tagliato il traguardo con un tempo record sulla mezza maratona

Il robot umanoide che lo scorso 19 aprile 2026 ha tagliato il traguardo con un tempo record sulla mezza maratona

  • Keystone
Di: Giulio Rezzonico  

A Pechino, per la prima volta, dei robot umanoidi hanno battuto atleti in carne e ossa in una mezza maratona. La notizia ha fatto rapidamente il giro del mondo: il robot vincitore, sviluppato dal marchio cinese Honor (filiale di Huawei) ha completato i 21 chilometri in 50 minuti e 26 secondi, facendo meglio del record mondiale stabilito appena un mese fa dall’ugandese Jacob Kiplimo a Lisbona. Un salto notevole rispetto al 2025, quando la maggior parte dei robot non era nemmeno riuscita a tagliare il traguardo.

Ma al di là del cronometro e della tecnologia, ci si può chiedere quanto e quale bisogno ci sia a far correre un umanoide per una tale distanza. “Abbiamo bisogno di molte cose oggi al mondo, ma di robot umanoidi che corrono la maratona più veloce… direi proprio di no”, osserva la filosofa e saggista Francesca Rigotti, commentando la notizia. “Questi umanoidi si possono valutare come giocattolo molto costoso. Però da lì a dire che ne abbiamo bisogno, che è necessario, direi appunto di no”. È una risposta semplice, quasi disarmante, ma che sposta subito il baricentro della discussione dalla pura tecnica a un concetto un po’ più astratto forse, ma profondo.

Utilità o fascinazione antica?

Dagli ingegneri sentiamo spesso dire che questo genere di robot possono avere ricadute e applicazioni industriali concrete. La domanda che ci si può porre tuttavia è se questi robot risolvano, a tutti gli effetti, dei problemi reali dell’uomo. “Sono esitante nel dire che l’umano stia risolvendo problemi attraverso gli umanoidi”, afferma. “Mi sento invece più sicura nel dire che stiamo inseguendo un sogno antichissimo”.

Secondo la filosofa, la fascinazione per macchine che imitano la vita non nasce oggi e non nasce in Cina, ma è qualcosa di molto più profondo. “L’idea delle statue che si animano - pensiamo a Pigmalione ad esempio - è questo che ci piace”, spiega. “Ci sono robot che funzionano benissimo magari a forma di cubo, ma non ci interessano allo stesso modo. Quello che ci piace è proprio l’umanoide”. Sul perché proprio l’umanoide e non altro, la formula utilizzata dalla filosofa è infatti volutamente provocatoria: “È l’idea di sostituirsi a Dio e dire: ho creato l’uomo, il vertice della creazione”.

Per spiegare questa continuità, Rigotti richiama un esempio svizzero del passato. Già nel Settecento infatti, a Neuchâtel, gli orologiai costruivano automi meccanici: imitazioni di scrivani o persino suonatori di clavicembalo. Lasciavano tutti a bocca aperta, perché sembravano quasi vivi. Tecnologia totalmente diversa, dunque, ma con lo stesso meccanismo psicologico: stupore, meraviglia, attrazione per ciò che imita la vita.

Francesca Rigotti - filosofa, saggista e critica letteraria

Francesca Rigotti - filosofa, saggista e critica letteraria

  • Cortesia di Francesca Rigotti

Un robot può restituire la vicinanza di un essere umano?

Sembra inevitabile ormai: questi robot umanoidi faranno, prima o dopo, parte della nostra vita quotidiana. E, in una società che invecchia e che spesso parla di robot per la cura, l’assistenza o il supporto agli anziani, il tema diventa molto concreto. Saremmo disposti ad accettare l’aiuto da un robot, in un simile contesto?

“Già non ci piacerebbe finire in una casa di riposo, figuriamoci vederci portare le medicine o una minestrina la sera da un’infermiera con tanto di vestitino, sapendo che è un robot”, afferma la filosofa. “Forse la prima volta ci divertirà, ci stupirà e diremo: ma che bello! Però la seconda e la terza volta cercheremo una mano e vorrei dire una mano calda. Non sarà mai la stessa cosa”.

Per Rigotti il rischio è che la tecnologia, da strumento utile, scivoli lentamente verso una sostituzione che impoverisce il rapporto umano. “Il grosso problema è che non ci vediamo più, non ci tocchiamo più”, osserva. “Siamo sempre più refrattari al contatto, all’empatia, alla presenza. Allora il robot forse va bene per quello, perché non crea imbarazzo, non chiede nulla, non espone - ma aumenta ancora di più la distanza”. In questo senso, dunque, il problema non è solo ciò che la macchina sa fare, ma il vuoto che rischierebbe di riempire in modo sbagliato.

“Lasciamoci sorprendere, ma non lasciamoci infinocchiare”

Anche secondo la filosofa, vedere questi robot nella vita di tutti i giorni non è affatto un’ipotesi lontana. Dieci anni? Forse anche meno. La presenza dell’umanoide non è però solo questione di meraviglia, ma anche di responsabilità perché in effetti quando una macchina prende decisioni o agisce in contesti reali, c’è da considerare l’etica.

Rigotti lo spiega parlando dei veicoli autonomi, ma il ragionamento vale più in generale: “Io dovrò spiegargli in qualche modo un’etica. Non solo il codice della strada, ma qualcosa di più”. Questo, sottolinea, non è affatto semplice: un robot può essere programmato a reagire, ma non decide davvero nel senso umano del termine. Ecco perché, conclude, il rischio è “confondere l’ammirazione per la prestazione del robot con una fiducia eccessiva”.

“Siamo una società dello spettacolo”, prosegue nella sua conclusione Rigotti. “L’arte non è più nemmeno legata alla bellezza, ma allo stupore: deve esserci sempre qualcosa che ci sorprende”. Ma proprio per questo, avverte, bisogna restare vigili. “Lasciamoci sorprendere, però non lasciamoci infinocchiare”. Questa è forse la sintesi migliore di tutta la nostra chiacchierata. In effetti, sta a noi decidere se applaudire la macchina o interrogarci sul posto che vorremo darle in futuro.

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02:25

Un robot cinese più veloce degli umani

Telegiornale 20.04.2026, 12:30

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