Difesa svizzera

Acquisto degli F-35, errore o scandalo?

Malgrado le promesse del governo, non basteranno i 6 miliardi di franchi approvati dal popolo. E resta l’incertezza su quanti aerei potrà comprare la Confederazione

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Un F-35 dell'aeronautica italiana a Ghedi, in provincia di Brescia
28:48

F - 35, errore o scandalo?

Falò 26.05.2026, 20:45

  • RSI/Massimo Piccoli
Di: Emiliano Bos e Massimo Piccoli 

È la spesa militare più gigantesca della storia della Svizzera. Ma soprattutto, è una spesa che potrebbe raggiungere livelli esorbitanti. Ad oggi, nessuno sa quanto potranno davvero costare gli F-35, scelti dal governo federale per garantire la sicurezza dei cieli della Confederazione.

Un progetto nato male, gestito peggio e dagli esiti tuttora incerti.

Una somma di errori, decisioni opache, malintesi e brusche virate. Ricostruire quanto accaduto dal 2020 permette di comprendere meglio le decisioni di oggi: allora il popolo approvò un finanziamento massimo di 6 miliardi di franchi. Oggi il governo federale chiede più soldi e annuncia meno aerei. Serviranno quasi 400 milioni di franchi aggiuntivi per acquistare - forse, circa, probabilmente - una trentina di questi aerei da guerra di cosiddetta “5a generazione”, destinati a sostituire gli FA-18 in uso ormai da tre decenni.

Un F-35 dell'aeronautica italiana a Ghedi, in provincia di Brescia

Un F-35 dell'aeronautica italiana a Ghedi, in provincia di Brescia

  • RSI/Massimo Piccoli

L’F-35 è il progetto più costoso della storia del Pentagono: per la Svizzera è anche un progetto costellato di molteplici interrogativi. L’unica certezza è che i costi lieviteranno ancora. Per adesso il Dipartimento della difesa ha la garanzia di ricevere 8 aerei. Saranno consegnati - salvo ritardi - dalla metà dell’anno prossimo.

Ma non arriveranno in Svizzera: resteranno negli Stati Uniti fino alla fine del 2029 per permettere la formazione dei piloti svizzeri.

Gli altri F-35 fanno parte di successivi lotti di produzione negli USA i cui costi - come confermano documenti visionati dalla RSI - sono in costante aumento.

Un “prezzo fisso” decollato

“Chi sapeva che 6 miliardi di franchi non sarebbero bastati? È questa la domanda fondamentale” dice alla RSI Michel Huissoud, l’ex “sceriffo” delle casse pubbliche che era a capo del Controllo federale delle finanze, l’organo di vigilanza finanziaria della Confederazione.

Già nel 2022 lui e i suoi collaboratori in un audit scrissero che c’erano incertezze giuridiche sulla nozione del “prezzo fisso” di acquisto degli F-35: un concetto indispensabile per ottenere l’approvazione in Parlamento e rimanere nei limiti dello stanziamento deciso dal referendum del 2020.

L'ex- capo del Controllo federale delle finanze Michel Huissoud durante l'intervista con Falò

L'ex- capo del Controllo federale delle finanze Michel Huissoud durante l'intervista con Falò

  • Massimo Piccoli/RSI

“Scandalo di Stato”?

Invece il “prezzo fisso” si è rivelato come un’inesattezza colossale e onerosa, malgrado le ripetute rassicurazioni dell’allora capa del Dipartimento della difesa Viola Amherd. Si è trattato solo di un errore o uno “scandalo di Stato”, come sostiene il deputato socialista Pierre-Alain Fridez, che ha raccolto decine di documenti in due libri dedicati a questo argomento?

In uno di questi, Fridez spiega un semplice meccanismo: il governo degli Stati Uniti vende i suoi sistemi d’arma a paesi stranieri, senza guadagnare ma nemmeno perdere rispetto ai costi di produzione.

In questo caso, l’aumento dei prezzi da parte del produttore dell’F-35 Lockheed Martin sarebbe ricaduto sulla Svizzera. Come accade per qualsiasi vendita di armi da parte degli Stati Uniti. E come dimostrano i contratti precedenti del Pentagono.

Una “clausola” segreta e forse inesistente

Invece no, la Svizzera sarebbe stata un’eccezione, stando alle dichiarazioni dei dirigenti di Armasuisse e delle forze armate: avevano garantito che il prezzo comprendeva anche l’inflazione e non ci sarebbe stato alcun aumento grazie a una clausola speciale contenuta nel contratto con la Svizzera, ma mantenuta segreta. Viola Amherd stessa l’ha poi ribadito per oltre due anni cercando di restare in quota malgrado critiche e turbolenze: il prezzo è giusto. Ed è fisso.

La zavorra degli errori

I dirigenti di Armasuisse - l’ufficio federale dell’armamento - avevano persino rigettato in modo “categorico” le osservazioni del Controllo federale delle finanze. Non solo. Avevano addirittura accusato Michel Huissoud e i “controllori” di mettere a rischio gli interessi della Svizzera con il loro audit del 2022 che sollevava dubbi sul contratto degli F-35. Accuse pesantissime nella forma e arroganti nei toni.

Invece nel 2025 gli Stati Uniti parlano di un “malinteso”: sostengono che non esiste un prezzo fisso nel contratto e che la Svizzera deve farsi carico dell’aumento dei costi delle materie prime e dell’inflazione.

Le “verità” dei dirigenti del progetto “Air2030” del Dipartimento federale della difesa precipitano. E prima che sia troppo tardi, quegli stessi dirigenti si lanciano con il seggiolino eiettabile: si dimettono quasi contemporaneamente nei primi mesi del 2025. E vanno a lavorare altrove. Anche la consigliera federale Amherd si dimette.

Le dimissioni a catena

“Era la testa del sistema di difesa svizzero: sono esattamente quelli toccati dalla questione degli F-35. Perché si dimettono tutti insieme? C’è qualcosa che nessuno ci dice o che non ci vogliono dire?” si chiede retoricamente in un’intervista alla RSI Michele Moor, presidente della “Società svizzera degli ufficiali” che rappresenta i 18’000 ufficiali dell’esercito elvetico.

Michele Moor, presidente della “Società svizzera degli ufficiali”

Michele Moor, presidente della “Società svizzera degli ufficiali”

  • Massimo Piccoli/RSI

“Questo è un dossier da diversi miliardi di franchi. Bisogna andare a cercare queste persone e metterle di fronte alle loro responsabilità” afferma Michel Huissoud.

Falò ha cercato queste persone: ma nessuno ha voluto rispondere. L’ex-consigliera federale ha declinato la richiesta di intervista. Così gli altri. Uno di loro - che nel 2022 sottoscrisse personalmente il contratto con gli USA e oggi è dirigente di una nota azienda privata del settore svizzero dell’aviazione - non ha mai nemmeno risposto alle ripetute richieste di contatto della RSI.

Un computer volante e una rivoluzione costosa

L’F-35 non è solo un aereo. È un “sistema d’arma molto avanzato, una piattaforma digitale che basa le proprie capacità sulla condivisione in rete di dati che provengono dall’area di operazioni”, come spiega alla RSI il colonnello Gianmarco Di Loreto. È il più titolato top gun italiano di questo aereo: non solo ne è stato il primissimo pilota in Italia, ma oggi è anche il comandante del 6° Stormo dell’aeronautica militare. Di aerei F-35 l’Italia ne ha già acquisiti 115. In parte li custodisce proprio nella base comandata da Di Loreto a Ghedi, in provincia di Brescia.

Spiega che questo jet da combattimento gestisce una tale quantità di dati che rende necessario l’adeguamento di tutti gli impianti di telecomunicazioni per poter gestire il flusso informativo. Lo definisce un “salto quantico”: una sfida tecnologica che l’Italia - parole sue - ha “affrontato e superato”.

Il colonnello Gianmarco Di Loreto, primo pilota italiano degli F-35 e comandante del 6o Stormo dell'aeronautica militare italiana

Il colonnello Gianmarco Di Loreto, primo pilota italiano degli F-35 e comandante del 6o Stormo dell'aeronautica militare italiana

  • Massimo Piccoli/RSI

La Svizzera dovrà compiere lo stesso salto: la rivoluzione dei sistemi operativi è necessaria anche qui per gestire al meglio le potenzialità dell’F-35. E anche questa trasformazione comporterà costi che né Armasuisse né il Dipartimento della difesa, per ora, hanno illustrato in dettaglio. Esistono ipotesi di “costi di gestione” di questi aerei che raggiungerebbero svariati miliardi di franchi nel corso degli anni previsti di utilizzo.

Ancora una volta è impossibile avanzare previsioni, ma - in prospettiva - il caso italiano non è incoraggiante: pochi giorni fa la Corte dei conti ha confermato che i costi a carico delle finanze pubbliche per gli F-35 sono triplicati.

Il network e le bombe

Non va poi dimenticato che l’F-35 è un sistema d’arma concepito per operare all’interno di un network: oggi lo usano già 13 paesi europei.

E la Svizzera - sostengono gli esperti - per sfruttarlo al meglio dovrà condividere i suoi dati, anche col costruttore americano Lockheed Martin.

L’idea di un velivolo - concepito come “stealth”, cioè invisibile ai radar - che si limiti a pattugliare i cieli sopra le Alpi per rispondere a eventuali minacce dall’aria non rispecchia le caratteristiche dell’F-35. Questo aereo è prima di tutto un velivolo altamente performante, adatto alle esigenze di un’alleanza come la Nato. È un modernissimo strumento bellico: paesi come Israele - per esempio - lo hanno usato intensamente anche nei bombardamenti su obiettivi civili nella Striscia di Gaza, in Libano e in Iran.

La neutrale Svizzera però riceverà i caccia americani con un armamento ridottissimo, un po’ come quando si acquista un’auto senza optional. Stando a quanto scrive il deputato Fridez nel suo “F-35, storia di una manipolazione”, nel contratto firmato dalla Svizzera è prevista la consegna di 1 solo missile per ogni F-35: “È ridicolo, troppo poco. In caso di aggressione, le nostre scorte sarebbero velocemente esaurite”.

Per altri missili e per garantire la difesa della Svizzera occorrerà - di nuovo - mettere mano al bilancio federale e trovare altre risorse pubbliche.

Un F-35 dell'aeronautica italiana decollato da Ghedi, in provincia di Brescia

Un F-35 dell'aeronautica italiana decollato da Ghedi, in provincia di Brescia

  • RSI/Massimo Piccoli

Tra pragmatismo e incertezze

L’attuale capo di Armasuisse Urs Loher lo ammette in modo trasparente con la RSI: al momento “non è ancora del tutto chiaro quanti velivoli saranno acquistati in totale”.

Loher deve gestire un fascicolo su cui pesano le scelte precedenti: il prezzo esatto degli aerei sarà chiaro - dice - “solo quando saranno definiti o conclusi gli accordi tra il governo degli Stati Uniti e le aziende produttrici”.

Eppure - assicura il capo di Armasuisse - “il programma sta procedendo molto bene”.

Tra incertezze, costi impossibili da stimare, probabili ritardi di consegna degli aerei (il costruttore ne ha accumulati parecchi in passato), il progetto degli F-35 svizzeri, per ora, vola a vista.

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