Svizzera

Crans-Montana, Stéphane Buchs: “Non bisogna dimenticare”

Uno dei ragazzi di Lutry è in coma da un mese al CHUV - E ogni giorno la famiglia gli parla, gli mette la sua musica e tiene un diario in attesa di una lunga e difficile guarigione

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Stéphane Buchs
11:54

Crans-Montana, Stéphane Buchs: “Non bisogna dimenticare”

RSI Info 01.02.2026, 18:09

  • RSI
Di: Riccardo Bagnato, corrispondente RSI in Romandia

È passato un mese dall’incendio di Crans-Montana, e per molte famiglie il tempo si è fermato. Quando l’attenzione mediatica inizia lentamente a calare, il dramma continua a consumarsi lontano dalle telecamere, nei reparti ospedalieri e nelle case svuotate dall’assenza. È il caso delle famiglie di Lutry, nel Canton Vaud, da cui proveniva un gruppo di giovani colpiti in modo devastante.

Stéphane Buchs, patrigno di uno dei ragazzi feriti, racconta ciò che ha visto e vissuto nelle ore e nei giorni successivi all’incendio: il caos iniziale, i feriti raccolti nei bar di fronte al luogo della tragedia, le ambulanze in arrivo, la Moubra trasformata in un ospedale da campo.

Il figliastro di Buchs è oggi ricoverato allo CHUV, con ustioni sul 55% del corpo. È in coma da quasi trenta giorni. La famiglia è presente ogni giorno: gli parla, gli fa ascoltare la sua musica preferita, gli legge storie. Tengono un diario, per conservare la memoria di ciò che sta accadendo e poterglielo restituire un giorno. La guarigione, se arriverà, sarà lunga e segnata da anni di cure.

Accanto al dolore, però, sta montando la collera. Tra i giovani sopravvissuti, ma anche tra le famiglie, cresce un sentimento di rabbia e incomprensione: per quanto accaduto, per le responsabilità percepite, per una gestione giudicata distante e insufficiente.

Ma ciò che Buchs denuncia con più forza è la mancanza di empatia da parte delle autorità svizzere. Nessuna telefonata, nessun contatto diretto, nessuna presenza concreta accanto alle famiglie, racconta. A differenza delle autorità straniere, con cui alcuni contatti ci sono stati, i comuni e le istituzioni svizzere sono rimasti in silenzio. Un silenzio che pesa, soprattutto nei primi giorni, quando le famiglie erano disorientate e sole.

È nata così l’idea di creare un’associazione di sostegno: per aiutare chi è stato costretto a spostarsi, chi affronta spese immediate, chi non può attendere i tempi lunghi delle assicurazioni. Si chiama SwissHearts e raccoglie fondi per coprire le spese delle tante famiglie che devono seguire il figlio o la figlia ricoverati all’estero o lontano da casa.

“Non bisogna dimenticare”, dice Buchs. Non i morti, ma nemmeno chi è sopravvissuto e continua a lottare. A un mese dalla tragedia, il rischio è che restino invisibili. Questa testimonianza è un modo per impedirlo.

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