Josef Mengele è noto come l’”angelo della morte” per gli esperimenti terrificanti condotti nel campo di sterminio di Auschwitz sui prigionieri ebrei. Fuggito in America Latina dopo la guerra, nel 1961 potrebbe aver trascorso le vacanze in Svizzera. Un sospetto che per anni ha dato adito a speculazioni e che ora potrebbe essere chiarito grazie all’apertura del suo dossier da parte del Servizio delle attività della Confederazione (SIC).
Il caso del dossier secretato
Il SIC aveva negato allo storico bernese Gérard Wettstein di consultare il dossier, secretato in teoria fino al 2071. Un divieto d’accesso, secondo lo storico, ingiustificato, soprattutto perché anni fa la Commissione Bergier aveva potuto consultarlo.
“Mengele è prima di tutto un mito”, racconta ai microfoni del Radiogiornale Wettstein. “È un nome che tutti associano agli orrori di Auschwitz e che continua a generare leggende”. Una di queste leggende, appunto, è il suo possibile soggiorno in Svizzera nel 1961, quando avrebbe visitato la moglie che viveva a Kloten. “È un punto ancora non chiarito: c’è chi sostiene che non fosse nemmeno in Europa e chi ritiene plausibile la sua presenza”, continua lo storico.
La questione del mancato arresto
“Se Mengele fosse passato davvero da Kloten, perché non fu arrestato nonostante dal 1959 esistesse un mandato internazionale d’arresto? Le autorità elvetiche avrebbero dovuto fermarlo”. Tuttavia, finché il dossier resterà chiuso, dice Wettstein, “si potranno alimentare speculazioni, miti e teorie del complotto”.
Aspettative moderate
Anche Sacha Zala, direttore del Centro di ricerca documenti diplomatici svizzeri, non ha grandi attese sui risultati storici. “Penso che se questo dossier era stato analizzato a suo tempo dalla Commissione Bergier e nel suo rapporto non ha scovato né riportato grandi attività in questo contesto, vuol dire che non contiene materiale esplosivo”, spiega.
Il nodo della trasparenza
Per Zala, tuttavia, il punto essenziale di questa vicenda è la scarsa e ingiustificata trasparenza dell’amministrazione federale nel concedere accesso ad atti importanti. “Per l’amministrazione federale è troppo semplice secretare dei documenti per lunghi periodi”, continua il direttore. “Basta che in un dossier risulti che questa persona è membro di quel partito e l’amministrazione ha un appiglio legale, anche se futile, per decretare una proroga del dossier”. Un’attitudine, per Zala, totalmente deleteria. “Alimenta fantasie del complotto ed è contrario agli interessi dello Stato. Quello che ci insegna questa vicenda è che l’apertura degli archivi dopo 30 anni serve a creare trasparenza e serve a stabilizzare il discorso democratico del nostro Paese”.








