Il nome di Pascal Jaussi oggi non dice più molto. Quattordici anni fa però c’era chi definiva il romando come “l’Elon Musk svizzero”, dipingendolo come il simbolo di un Paese capace di andare oltre la sua tradizionale prudenza. Nel 2012, a Payerne, aveva fondato Swiss Space Systems (S3) con una promessa ambiziosa: mettere satelliti in orbita a costi ridotti, offrire voli in microgravità e sviluppare una navetta spaziale svizzera. Tutto partendo dal Canton Friburgo, da un’area vicina all’aerodromo militare.
Il progetto appena lanciato affascina politici locali, investitori privati e partner industriali. Tra i nomi in qualche modo coinvolti figuravano quelli di Claude Nicollier, dell’Agenzia spaziale europea, del Politecnico di Losanna e di Dassault Aviation. Nel 2013 S3 era stato accolto tra i membri dello Swiss Space Center. Entro il 2017 l’azienda avrebbe dovuto sviluppare una navetta lanciata da un Airbus A300 a 10 chilometri di altitudine per portare piccoli satelliti nello spazio. Entro il 2019 voleva poi effettuare dei voli suborbitali per permettere ai passeggeri di sperimentare l’assenza di gravità. C’era anche la promessa di sviluppare dei voli internazionali. Ma il sogno dello spazio svizzero non è mai decollato.
I milioni raccolti e il fallimento
Nei primi anni, S3 raccoglie decine di milioni di franchi e firma lettere d’intenti prestigiose. L’entusiasmo supera i confini nazionali. Ma dietro le presentazioni patinate e i rendering futuristici, la realtà finanziaria della società è sempre più fragile. Tra il 2016 e il 2017 la macchina si ferma definitivamente. Swiss Space Systems fallisce e lascia dietro di sé un buco stimato in oltre 30 milioni di franchi. Investitori delusi, impiegati senza stipendio, fornitori non pagati, aspiranti turisti spaziali frustrati dopo aver già comprato il biglietto e promesse mai mantenute.
Un fallimento clamoroso per il quale Pascal Jaussi da oggi, martedì, deve comparire davanti ai giudici del Tribunale penale economico a Granges-Paccot per rispondere di una serie di reati, a cominciare da quello di truffa. Il 50enne respinge integralmente le accuse. Sostiene di essere stato il capro espiatorio di una vicenda imprenditoriale finita male, in un contesto tecnologico e finanziario estremamente complesso. La sua avvocata, dopo aver tentato a più riprese di ottenere un rinvio del dibattimento come rivelato da RTS, annuncia battaglia in aula. Una parte dei fatti imputati risale a oltre 10 anni fa e rischia di finire in prescrizione.
Oltre il caso individuale
L’ex-patron de S3 Pascal Jaussi a tenté en vain de faire reporter son procès” (La Matinale 06:30 del 05.05.2026)
Il processo all’ex amministrato unico della holding S3, coinvolto anche in una misteriosa aggressione nel 2016, va oltre la posizione di un singolo imputato. Chiama in causa il rapporto della Svizzera con l’innovazione ad alto rischio. La sua e altre aziende simili (come la Airlight di Biasca che voleva rivoluzionare la produzione e lo stoccaggio di energia) rappresentavano un’eccezione in un ecosistema più abituato alla solidità che alle scommesse audaci. Il suo fallimento pone interrogativi delicati: quanto spazio dare ai visionari? Quali controlli esercitare a tutela degli investitori anche pubblici?
A molti la vicenda di S3 ha lasciato un senso di amara disillusione. Ad altri la convinzione che senza azzardo e ambizione non possa esistere vera innovazione, ma che essa debba poggiare su basi trasparenti e sostenibili.
Un verdetto atteso
Il sogno spaziale svizzero sembra ormai definitivamente appartenere al passato. Resta da stabilire se si sia trattato di un fallimento imprenditoriale amplificato da circostanze sfortunate o di un sistema costruito su illusioni e artifici. Il verdetto è atteso nelle prossime settimane.
“Swiss Space Systems: le procès de Pascal Jaussi va bientôt s’ouvrir à Fribourg” (19.30, RTS 22.04.2026)







