A Roveredo un pregiudicato ha ricevuto un permesso di dimora dopo che gli era stato negato in Ticino. La vicenda riporta sotto i riflettori il tema delle infiltrazioni mafiose. Rosa Maria Cappa, ex procuratrice federale intervistata dal Telegiornale, ha sottolineato i diversi punti deboli che ha ancora il sistema svizzero. Le difese infatti ci sono e sono state migliorate nel tempo, ma certi limiti e lacune mostrano come queste difese siano ancora lente e inadeguate rispetto agli attacchi delle mafie.
“La polizia giudiziaria federale è in grado di, ad esempio, consultare facilmente il SIS, che è il Sistema di Informazione Schengen, una banca dati dove tutte le polizie d’Europa condividono le informazioni sui criminali”, spiega l’ex procuratrice. Ma non può, ad esempio, andare a guardare le informazioni contenute nelle banche dati delle polizie cantonali. Con un accesso diretto le cose potrebbero andare molto più speditamente”.
“Ma aggiungo un’altra cosa che ho sempre detto e scritto”, prosegue Rosa Maria Cappa. “La polizia giudiziaria federale, specie nelle indagini sulla mafia, dovrebbe avere accesso a documenti pubblici importanti”.
A livello politico sono state fatte alcune proposte. Ad esempio, creare una piattaforma che consenta agli inquirenti di accedere ai dati di polizia in tutta la Svizzera. Non sono invece sul tavolo misure più incisive, come la confisca preventiva.
“Attualmente, infatti, in Svizzera, per poter confiscare il patrimonio di una persona che si ritiene mafiosa, occorre prima che questa sia stata condannata da un tribunale, per un reato di partecipazione all’associazione mafiosa”. sottolinea Rosa Maria Cappa. “Di fatto oggi, con questa legislazione, in Svizzera ci sono patrimoni che appartengono e sono nella disponibilità delle organizzazioni criminali ma che non vengono confiscati perché, ad esempio, sono intestati a dei prestanome. Io credo che la confisca preventiva sia uno strumento imprescindibile di cui la Svizzera dovrebbe occuparsi, anche perché diversi patrimoni si trovano qui.”
Il problema è anche culturale. Lo dimostra la recente risposta del Governo grigionese sulla possibilità di negare il permesso B a un individuo solo se questo costituisce, citiamo,” un pericolo pubblico”. Ma un mafioso non lo è?
“L’articolo 260 ter del codice penale, che prevede appunto il reato di organizzazione criminale, protegge il bene giuridico che è la ‘tranquillità pubblica’. Si potrebbe far rientrare quindi anche questo concetto, questa nozione di ‘pericolosità’: un attacco all’interesse pubblico ovvero quello di vivere una vita tranquilla senza infiltrazione mafiosa”.
Richiedere il casellario giudiziale è quindi una tutela utile, ma non risolutiva. Le mafie sono infatti in grado di portare in Svizzera, o di reclutare sul posto, delle persone con il casellario pulito. Un esempio di attacco che supera la difesa.





