Svizzera

La Svizzera e la guerra: il mito della neutralità

Per secoli la Confederazione ha esportato mercenari e guadagnato dai conflitti - Una mostra al Museo nazionale di Zurigo smonta l’immagine del Paese pacifico

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Edouard Castres, "La Svizzera pronta a difendersi" del 1895. Un’irriducibile Helvetia regge in mano il Patto federale del 7 agosto 1815 appoggiata alla canna di un cannone
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Noi e la guerra

Modem 17.04.2026, 08:30

  • © Bernisches Historisches Museum, Bern. Foto Stefan Rebsamen
Di: Modem/Diem adattamento web 

La Svizzera come Paese pacifico, neutrale ed estraneo alla guerra? Un’immagine rassicurante ma lontana dalla realtà storica. Basta visitare l’esposizione “Noi e la guerra“ per scoprire un passato ben diverso da quello che ci hanno raccontato. La mostra apre proprio oggi, venerdì 17 aprile, al Museo nazionale svizzero di Zurigo, accanto alla stazione centrale, e resterà aperta per nove mesi, fino al 17 gennaio 2027.

Nella realtà dei fatti “per lunghi tratti della storia, la Svizzera e gli svizzeri sono stati un Paese agguerritissimo”, sottolinea lo storico Sacha Zala, direttore del centro di ricerca Documenti diplomatici svizzeri, ai microfoni di Modem. La trasmissione quotidiana di approfondimento dell’attualità in onda su Rete Uno, ha dedicato la sua puntata odierna al tema al centro dell’esposizione diventato ancor più di attualità alla luce degli eventi recenti come, per esempio, la negazione del diritto di sorvolo del territorio svizzero ad alcuni aerei militari statunitensi perché legati alla guerra in Iran.

Quando la guerra era un business

Uno sguardo sulla mostra "Noi e la guerra" con l'arazzo che mostra la sconfitta dei Confederati nella battaglia di Pavia nel 1525

Uno sguardo sulla mostra "Noi e la guerra" con l'arazzo che mostra la sconfitta dei Confederati nella battaglia di Pavia nel 1525

  • © Museo nazionale svizzero

La mostra si apre con un arazzo della battaglia di Pavia del 1525, dove i mercenari svizzeri subirono una cocente sconfitta. Un inizio che dà subito il tono: “Cerchiamo di mostrare che la storia è molto più complessa di quella che ci siamo raccontati”, afferma Denise Tonella, direttrice del museo. Le fonti storiche raccontano una Confederazione ben diversa dall’immagine bucolica di oggi.

I numeri parlano chiaro. “Abbiamo esportato mercenari in tutto il mondo”, ricorda Sacha Zala. Per almeno tre secoli, la guerra per gli svizzeri è stato uno dei campi economici più importanti, seconda solo all’agricoltura. E la neutralità? Paradossalmente, era funzionale a questo business: permetteva di vendere soldati a tutti i belligeranti contemporaneamente.

L’immagine pacifica della Svizzera è recente: nasce solo durante la Prima guerra mondiale e si consolida nella Seconda. “Questa visione idilliaca non è stata assolutamente la nostra storia”, sottolinea lo storico. Ancora nel 1856, durante la crisi di Neuchâtel, il giovane Stato federale mobilita due divisioni pronto alla guerra contro la Prussia.

Guadagnare dai conflitti altrui

L'allegoria denuncia l’avidità nel servizio mercenario e allude alle dipendenze politiche della Confederazione. Anonimo, ca. 1625

L'allegoria denuncia l’avidità nel servizio mercenario e allude alle dipendenze politiche della Confederazione. Anonimo, ca. 1625

  • © Museo nazionale svizzero

La mostra dedica ampio spazio al tema degli affari legato ai conflitti. “La Svizzera ha veramente guadagnato moltissimo con la guerra e lo ha fatto volutamente”, sottolinea con chiarezza Denise Tonella. Un aspetto che contraddice l’immagine del Paese neutrale costruita nel Novecento.

Ma quanto è ancora credibile oggi questa neutralità? “Siamo già sotto attacco in forma ibrida. La Svizzera registra in media un attacco informatico al giorno alle infrastrutture critiche”, avverte la filosofa politica Katja Gentinetta, che insegna alle Università di Lucerna e Zurigo.

Un documento rivelatore

Un documento del 1992 rivelato da Sacha Zala è emblematico. I militari elvetici alla luce di quanto avveniva sui campi di battaglia (si era nel periodo della prima Guerra del Golfo), concludevano che se la Svizzera non fosse più in grado di difendersi autonomamente avendo un esercito con poca tecnologia: “la neutralità diventerebbe una minaccia per la sicurezza del Paese”. Una considerazione che si sarebbe dovuta tradurre in un dibattito su un cambiamento di approccio. Ma non ci fu a causa del mito della neutralità e “30 anni dopo ancora non ne stiamo parlando”, osserva lo storico.

Il paragone con il Belgio è illuminante. Anche il Belgio dichiarò la propria neutralità nella Prima e nella Seconda guerra mondiale. Ma venne comunque invaso entrambe le volte. “La conseguenza logica che ne ha tratto il Belgio è che la neutralità non serve a niente. Nel 1949 è quindi stato tra i fondatori della NATO”, racconta Sacha Zala. Per lo storico “Dobbiamo stare attenti a questa visione mitologica, quasi da supereroi, che la neutralità metta automaticamente uno scudo che protegge il Paese”. La fragilità della posizione dal suo punto di vista è evidente: “Nel momento che cade la prima bomba sul territorio svizzero, la Svizzera automaticamente non è più neutrale”.

Riconoscimento e garanzia della neutralità perpetua della Svizzera e dell'inviolabilità del suo territorio da parte delle potenze alleate, 8/20 novembre 1815

Riconoscimento e garanzia della neutralità perpetua della Svizzera e dell'inviolabilità del suo territorio da parte delle potenze alleate, 8/20 novembre 1815

  • © Schweizerisches Bundesarchiv, K0#1000-1402#72

Katja Gentinetta pone la questione cruciale: “La domanda principale per noi è quando saremo attaccati? E se un Paese europeo della NATO venisse attaccato? Avremmo due opzioni o essere solidali fornendo sostegno o rimanere neutrali e, in tal caso, saremmo soli, veramente soli”. Soli anche perché la Svizzera è uno dei pochi Paesi del Vecchio continente che non prevede un obbligo di mutua assistenza. “Vuol dire che abbiamo l’obbligo di difenderci soli e se non siamo capaci di difenderci soli, siamo un rischio per la sicurezza per l’Europa. E questo non possiamo e non dobbiamo permettercelo”, sottolinea la filosofa politica autrice di saggi, discussioni e analisi sulla questione della neutralità elvetica.

Cosa pensano gli svizzeri

La divisa del soldato svizzero: la mostra espone parte dell'equipaggiamento del cannoniere Willy Keller, ordinanza 1914–1949

La divisa del soldato svizzero: la mostra espone parte dell'equipaggiamento del cannoniere Willy Keller, ordinanza 1914–1949

  • © Museo nazionale svizzero

La mostra al Landesmuseum invita i visitatori a riflettere attraverso un percorso interattivo sulla neutralità. E gli svizzeri cosa ne pensano davvero? Un sondaggio dell’Istituto Sotomo ha rivelato una posizione apparentemente contraddittoria: la maggioranza è favorevole sia alla neutralità, sia alle sanzioni contro chi viola il diritto internazionale.

Ma forse non è una contraddizione. Secondo Katja Gentinetta, dimostra che “la popolazione ha compreso che in quanto democrazia non intendiamo sostenere gli Stati illegittimi”.

La conclusione di Sacha Zala è netta: “È impossibile vivere in un mondo globalizzato e con un’economia forte come quella svizzera pensando di poter seguire una politica di assoluta neutralità”.

La storia della Svizzera, del suo rapporto con la guerra e la neutralità è complessa e contraddittoria. Visitare la mostra di Zurigo, in tal senso, permette di confrontarsi con questa complessità.

Il dossier di lanostrastoria.ch

Tracce di guerra nella Svizzera italiana: Una realtà che può sembrare lontana - anche se, di questi tempi, sempre meno - ma che è profondamente radicata nella memoria collettiva.

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