Svizzera

Suicidio assistito e depressione: il caso Duffy fa discutere

La RSI ne ha parlato con Samia Hurst-Majno, professoressa di bioetica alla Facoltà di Medicina dell’Università di Ginevra 

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Una recente immagine di Wendy Duffy
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Depressione e suicidio assistito, scoppia il caso

SEIDISERA 24.04.2026, 18:00

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Di: SEIDISERA - Paola Latorre e Gino Ceschina / EssePi 

In Svizzera il diritto al suicidio assistito è riconosciuto per gravi sofferenze. Ma c’è un caso che sta facendo discutere: si tratta di Wendy Duffy, 56enne cittadina britannica, la cui richiesta di suicidio assistito è stata accolta da un’organizzazione no profit attiva nella Confederazione. Fa discutere perché la donna non soffriva di una malattia terminale, bensì di una profonda depressione dovuta alla morte del figlio nel 2022. Non è la prima volta che in Svizzera una persona chiede e ottiene l’aiuto al suicidio a causa della depressione. Una prassi che solleva questioni etiche. La RSI ne ha parlato con Samia Hurst-Majno, professoressa di bioetica alla Facoltà di Medicina dell’Università di Ginevra.

Dal suo punto di vista è ammissibile che una donna fisicamente sana decida di togliersi la vita perché è depressa?

“Ci sono diversi livelli in questa domanda. Apparteniamo a noi stessi e questo significa che sì, possiamo anche porre fine alla nostra vita, perché ci appartiene. Una persona che soffre di una malattia psichiatrica è ammalata, non è certo sana. E c’è stata una sentenza del Tribunale federale, la sentenza Haas, che ha ribadito che la sofferenza derivante da una malattia mentale deve essere considerata allo stesso livello di quella causata da una malattia fisica, perché fare altro sarebbe una discriminazione”.

La depressione è quindi una malattia?

“Certo. Nella maggioranza dei casi è curabile. È molto importante saperlo, però non in tutti casi. La depressione ha anche forme non curabili”.

In Svizzera ci sono diverse organizzazioni che accompagnano il suicidio. Exit è aperta solo agli svizzeri. Dignitas e Pegasus sono scelte da stranieri. Tutte quante prendono in considerazione l’aiuto al suicidio in caso di depressione?

“Non è sempre chiaro perché non hanno tutti scritto la totalità delle loro regole. Vogliono poter decidere per ogni caso”.

La legge stabilisce che per il suicidio assistito il richiedente dimostri la sua capacità di discernimento. Il fatto che questa donna abbia optato per il suicidio assistito, invece di togliersi la vita in un altro modo, è un segnale della sua capacità di giudizio?

“Non è necessariamente una prova. È comunque necessaria una valutazione approfondita della capacità di discernimento. Ma ci deve anche ricordare che la nostra società ha messo sotto chiave i mezzi per una morte dolce. Il veleno da mettere nel tè, tipico dei romanzi di Agatha Christie, oggi non è più possibile usarlo e dobbiamo essere felici che sia così. Ma dobbiamo anche renderci conto che chi vuole togliersi la vita e farlo in un modo non violento deve chiedere l’aiuto di qualcuno che gli dà il diritto di avere accesso a questa sostanza”.

Il caso Wendy Duffy

Non era una malata terminale, ma soffriva di una forma acuta di depressione. È il caso di Wendy Duffy, 56enne cittadina britannica, ex assistente sociale, la cui richiesta di suicidio assistito è stata accolta dall’agenzia Pegasus, una no profit, che opera nella Confederazione.

È un caso estremamente controverso, perché è legato al concetto stesso di sofferenza. La donna era infatti perfettamente sana dal punto di vista fisico. Non soffriva di una malattia terminale o gravemente invalidante, ma di una profonda depressione emersa dopo la morte del figlio nel 2022.

Ha quindi deciso di chiedere aiuto per morire e dopo la morte dei genitori si è rivolta alla no profit Pegasus, che valuta anche richieste di malati non terminali, accogliendo in alcuni casi anche richieste di persone segnate da gravissime sofferenze psicologiche. La donna ha quindi pagato circa 10’000 franchi e portato a termine il suo intento. La procedura si è svolta – citiamo - “senza alcun inconveniente e nel pieno rispetto delle sue volontà”.

Wendy Duffy ha anche consapevolmente scelto di rendere pubblica la sua vicenda, forse per dare un segnale in merito alla legge sul suicidio assistito britannica, bloccata da molto tempo.

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