Ticino e Grigioni

Bedretto Lab: indurre microterremoti per capire come non causarli

Le implicazioni degli esperimenti per tutta l’industria che lavora nel sottosuolo: le spiegazioni del sismologo Domenico Giardini, direttore del laboratorio

  • Un'ora fa
  • Un'ora fa
Bedretto Underground Laboratory for Geoenergies” del Politecnico di Zurigo
03:31

I terremoti creati in Val Bedretto

SEIDISERA 29.04.2026, 18:00

  • © SCCER-SoE 2017
Di: SEIDISERA-Luca Berti/ARi 

Nel cuore delle Alpi, sotto un chilometro e mezzo di roccia, un team del Politecnico federale di Zurigo (ETHZ) e dell’Università della Renania-Vestfalia ha indotto migliaia di micro-terremoti. L’esperimento è iniziato il 22 aprile e si è concluso sabato scorso. Si voleva generare un sisma di magnitudo 1, ci si è fermati a 0,14. Ma con quale finalità?

“Lo scopo è capire come si muovono le faglie: quando parte un terremoto o quando decide di diventare più grande, quando decide di fermarsi. Quali sono le condizioni che portano la Terra a muoversi in un certo modo”, risponde a SEIDISERA Domenico Giardini, professore di sismologia all’ETHZ e direttore del Bedretto Lab, il laboratorio sotterraneo allestito nella vecchia galleria di aggiramento servita per la costruzione del traforo ferroviario del Furka, la cosiddetta finestra di Bedretto. 

Per quattro giorni il suo team ha iniettato acqua sotto pressione in alcune faglie tettoniche delle Alpi. “Noi”, precisa Giardini, “non lavoriamo su faglie che hanno una sismicità storica nota, perché quelle faglie vanno lasciate in pace”. Sono quindi scelte delle faglie a un chilometro e mezzo o due di profondità sotto le montagne. Si procede quindi, spiega l’esperto proponendo un’analogia, come si farebbe a casa quando si “deve spostare una libreria carica di libri”. Se risulta troppo pesante, si possono fare due cose: “togliere i libri”, oppure “mettere qualcosa sotto” che faccia “scivolare meglio” la libreria. Sulla faglia viene quindi iniettata acqua ad alta pressione “in modo da farla partire”. Si tratta di faglie che “si sarebbero mosse comunque” e che vengono quindi osservate attraverso dei sensori.

L’obiettivo dichiarato era quello di generare progressivamente microterremoti sempre più forti fino a raggiungere magnitudo uno. Ci si è fermati prima, ma ciò non toglie che i risultati siano soddisfacenti. Ciò che si è constatato, prosegue Giardini, “è che non parte solo una faglia, ne partono varie” Si tratta di fenomeni che normalmente si studiano in superficie, mentre qui si procede attivamente in profondità. Al momento “abbiamo raggiunto gli obiettivi che volevamo”: vale a dire la “parte di faglia su cui avevamo i sensori, su cui avevamo i punti di iniezione è stata mossa”. E si è visto dove andranno fatti “nuovi pozzetti per andare a iniettare acqua più avanti nella faglia e farla partire per una seconda parte”.

Lo scopo rimane sempre quello di raggiungere magnitudo uno: un’intensità sismica impercettibile per chi si trova in superficie, ma significativa per gli esperimenti. “se siamo capaci di produrre ripetutamente eventi di una certa magnitudo” si riesce anche “a capire come non produrli. Ciò è rilevante perché tutta l’industria che lavora nel sottosuolo, “dalla costruzione di tunnel alla geotermia profonda, ha il problema di limitare la sismicità indotta”.

Quindi, se si riesce a capire come fare a produrre terremoti di una certa dimensione, si capisce anche come non farli. Non è quindi un caso che l’interesse attorno al Bedretto Lab e ai suoi esperimenti sia elevato; anche perché è il laboratorio di questo tipo più importante al mondo.

rsi_social_trademark_WA 1.png

Entra nel canale WhatsApp RSI Info

Iscriviti per non perdere le notizie e i nostri contributi più rilevanti

Correlati

Ti potrebbe interessare