Ticino e Grigioni

Colpì la compagna, la procura chiede 15 anni

Iniziato il processo a un 34enne eritreo accusato di tentato assassinio per un’aggressione avvenuta a Chiasso nel 2024

  • Oggi, 13:13
  • 54 minuti fa
Il processo prosegue
01:15

RG 12.30 del 29.04.2026 Il servizio di Umberto Gatti

RSI Info 29.04.2026, 13:12

  • tipress
Di: Radiogiornale - Umberto Gatti / pon 

Il processo a un 34enne eritreo, accusato di tentato assassinio per aver ripetutamente colpito alla testa la compagna per motivi di gelosia nel gennaio del 2024 a Chiasso, si è aperto mercoledì mattina a Lugano. Il ministero pubblico ha chiesto una condanna a 15 anni di detenzione, più altrettanti di espulsione dalla Svizzera. La sentenza dovrebbe essere pronunciata già giovedì.

In aula l’uomo ha ammesso parzialmente l’aggressione e si è detto pentito per quanto commesso, negando però un’intenzione omicida. Ha dichiarato di aver colpito tre volte la ex compagna alla testa: versione, questa, che diverge dall’atto d’accusa, che menziona almeno otto colpi sferrati. A divergere anche le versioni sulla presenza dei figli della coppia: secondo l’imputato dormivano e videro quindi poco e nulla, mentre a detta dei periti assisterono invece all’intera aggressione.

Il 34enne prese poi i figli con sé e si diresse nel canton Berna, dove venne fermato dalla polizia. Durante lo spostamento aveva però chiamato il numero d’emergenza 144, dichiarando che la compagna era a casa ferita a seguito di una caduta.

La donna ha descritto l’imputato come molto geloso; da tempo faceva scenate per una presunta relazione di lei con un altro uomo.  Nei giorni precedenti l’aggressione, avrebbe in particolare messo un microfono in casa per raccogliere le prove di tradimento e si sarebbe poi recato con le registrazioni e la compagna in alcuni negozi di elettronica per farsi confermare la presenza di una voce maschile diversa dalla sua. Una conferma di terzi che, secondo l’imputato, gli avrebbe permesso di lasciare la compagna e i figli senza essere accusato di abbandono della famiglia da parte della comunità. 

La notte dell’aggressione, la donna aveva contattato un prete ortodosso di Zurigo e fissato un appuntamento per il giorno dopo, per organizzare una conciliazione. Da qui sarebbe iniziata la lite. 

L’imputato non è riuscito oggi a rispondere in modo preciso alle domande del giudice, chiudendosi spesso in un “non ricordo”.

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