Martedì pomeriggio H.P.M. (alla sbarra alle Assise criminali di Lugano nell’ambito del processo sull’omicidio di via Sorengo) ha chiesto di interrogare M.C., l’ex compagno della vittima.
In sostanza, H.P.M. ha posto una serie di domande non particolarmente rilevanti, volte più che altro a dimostrare la sua reale vicinanza sentimentale con M.D. In che modo? H.P.M. ha rievocato episodi puntuali: un abbraccio tra lui e la vittima, lo scambio reciproco delle vetture per più settimane, le cure mediche sostenute da M.D., persino il regalo di una foto ricordo (“scattata a letto” ha precisato l’imputato, per smentire M.C., il quale aveva detto che la vittima non portava mai il telefonino in camera).
Una cascata di ovvietà, interrotta solo in un’occasione da una domanda relativa al periodo settembre 2001-marzo 2002, quando M.D. e M.C. si trovavano in vacanza in Canada. Così H.P.M.: “M.D. non ti ha informato di un investimento andato male a causa del grounding di Swissair? Non ti ha detto che aveva perso molti soldi?”. “No”, la risposta.
L’interrogatorio operato da H.P.M. non ha scosso particolarmente né la pubblica accusa, né la Corte, poiché in aula nessuno mette in dubbio che M.D. si fidasse di H.P.M. Anzi, si fidava eccome, tanto che gli avrebbe chiesto di investire 200'000 franchi.
Perché dunque un simile teatrino? Forse per spingere la Corte, presieduta dal giudice Mauro Ermani, verso la tesi dell’omicidio passionale (e senza premeditazione), mentre il procuratore pubblico Moreno Capella sostiene la tesi della premeditazione, accusando H.P.M. di assassinio, subordinatamente di omicidio intenzionale. La differenza tra l’una e l’altra sono diversi anni di galera.
Angelo D'Andrea






