Oggi, domenica, don Gianfranco Feliciani celebra la sua ultima messa come parroco arciprete di Chiasso. Dopo 25 anni nella parrocchia di confine, lascia il testimone ad Andrea Molteni, suo vicario. “Mi sento sereno”, ha dichiarato a Prima Ora che lo ha intervistato a pochi giorni dal pensionamento, “rimango nel Mendrisiotto, nel mio villaggio Rancate”.
Un dono alla comunità
Per salutare i fedeli, don Feliciani ha scelto un regalo speciale: il libro “Il Signore ti dia pace”. “Porta la mia firma ma è stato scritto da tutta la gente di Chiasso”, ha spiegato. Il volume raccoglie riflessioni ispirate dalle storie delle persone incontrate in questi anni. “Le pecore hanno inconsapevolmente detto al pastore dove andare, cosa dire, cosa fare”, ha sottolineato il sacerdote.
Dalla tipografia al sacerdozio
Nato il 25 gennaio 1952 a Malpaga di Cavernago, in provincia di Bergamo, don Feliciani si è trasferito a cinque anni con la famiglia a Rancate. Prima di entrare in seminario ha lavorato come tipografo compositore a Mendrisio, conseguendo il diploma. Avrebbe voluto già fare il prete ma i suoi genitori non erano molto d’accordo. A 23 anni l’incontro con don Sandro Vitalini ha segnato la svolta: studi teologici a Friburgo e ordinazione sacerdotale il 25 aprile 1981 a Lugano dal vescovo Ernesto Togni. Dopo l’esperienza come vicario a Minusio, Pazzalino e Tesserete, dove è stato anche prevosto, nel 2001 è arrivato a Chiasso.
In prima linea per giovani e migranti
A Chiasso don Feliciani si è speso per i giovani, gli anziani e i migranti. “A Chiasso respiriamo l’aria di tutto il Ticino, di tutto il mondo”, ha affermato a Prima Ora. Nei primi mesi del suo mandato ha promosso la battaglia contro i canapi. “Quando vedi attorno a scuola gente addormentata, ti chiedi come mai”, ha ricordato. La raccolta di 7’000 firme ha portato al cambiamento della legge.
Nel 2016, durante la crisi migratoria, ha ricevuto insieme al comasco don Giusto Della Valle un premio per l’impegno a favore dei rifugiati. “La gente di Chiasso ha vocazione migratoria. Siamo tutti o lombardi o piemontesi o dell’Italia del Sud”, ha sottolineato l’arciprete. “Alla dogana di Chiasso c’era una famiglia con un bambino di sei o sette anni impaurito. Con me c’era una guardia di confine che aveva le lacrime agli occhi. Mi disse: anch’io sono papà di un bambino come quello”.
Sul rapporto tra Chiesa e politica don Feliciani è stato chiaro: “La Chiesa non è un partito politico. La politica è ricercare il bene dei cittadini. La Chiesa deve dire alla politica qual è l’approccio, quali sono i valori dell’uomo”.
Una società senza speranza
L’analisi dell’arciprete sulla società attuale è severa. “È una società dove sembra che la speranza muoia, la gente è triste”, ha sottolineato. “Mai così basso il livello di partecipazione alla Messa e mai così come adesso la gente guarda a Papa Leone come un uomo di pace, un uomo di speranza”. Il suo messaggio per il futuro è chiaro: “Restiamo umani. C’è tutta una fraternità da far rinascere dentro l’amore, i contatti umani”.







