Una betulla recisa nel bosco a valle della capanna Cardada, nel Locarnese. “Questo è l’albero che ha dovuto dare la sua vita per la mia”, racconta Isaac. La mattina del 5 aprile di un anno fa, un sabato di sole, questo giovane si trovava in una posizione scomoda e soprattutto dolorosa.
A cinque metri dal suolo, appeso con la vela del suo parapendio ai rami della pianta che, frenandone la caduta, gli aveva appena salvato la vita. La testimonianza del suo incidente, raccontata a Prima Ora nel servizio realizzato da Luca Mora ed Elia Regazzi, è propedeutica a mettere in guardia dai rischi di una passione, il volo libero, affascinante, ma che non ammette sbagli.

Il punto da dove ha preso il volo
“Era tutto perfetto. Mi stavo godendo il volo pronto a planare sopra Locarno”, ricorda l’allora parapendista. Ma passati 5 minuti dal decollo dal prato a Cimetta l’avventura si trasforma in un incubo. “Non so cosa sia successo. Neanche il tempo di rendermene conto e la vela si è chiusa e me la sono trovata sotto. Ho subito capito che non sarei tornato a casa per l’ora di pranzo”. Dopo 150 metri di caduta Isaac finisce nel bosco. “Per fortuna - spiega - ero molto vicino alla capanna Cardada, dove due ragazzi hanno visto tutto in diretta. Hanno visto la vela stesa sugli alberi che mi teneva sospeso da terra e sono corsi in mio soccorso”.
Nel frattempo Isaac pensava alle condizioni in cui si sarebbe presentato al proprio matrimonio con Giulia, che si sarebbe dovuto tenere tre settimane dopo. “Un minuto dopo, passata l’adrenalina, mi sono subito reso conto che la situazione era molto grave”. In quei momenti riesce ad avvisare la sua ragazza, con il telefonino: “Chiama la REGA”, le dice prima che il cellulare gli sfuggisse di mano.
“Non avevo la forza di tenere su la testa. Il sangue mi andava tutto al cervello. Lì mi sono reso conto che sarei potuto morire”. Invece l’elicottero arriva e un soccorritore si arrampica sull’albero, lo aggancia all’imbrago e lo cala al suolo. “Una volta a terra - ricorda ancora - la mia gamba era completamente girata ed è stato il mio picco di dolore”.
Il giovane si risveglia in ospedale dove scopre che l’impatto sul suo corpo è stato devastante. “Ho rischiato di rimanere paralizzato e se questo non è avvenuto è stato sicuramente grazie all’ottimo supporto che ho avuto da parte della REGA e alla riabilitazione in ospedale e successivamente alla clinica Hildebrand”. Resta la curiosità sul matrimonio. “Alla fine c’è stato, 21 giorni esatti dopo l’incidente, io e Giulia siamo riusciti a sposarci”, dice Isaac, che conclude: “Il futuro me lo immagino sicuramente insieme a lei, ma senza parapendio”.

Il volo libero in Svizzera
L’istruttore: “Non è per niente uno sport pericoloso”
Fin qui la testimonianza di una brutta, ma in definitiva fortunata avventura. Ma Prima Ora ha voluto anche puntare i riflettori sulle discipline dell’aria, che regalano decisamente più gioie che dolori. E sono molto popolari. Tra piloti e allievi gli iscritti alla Federazione svizzera di volo libero (FSVL) sono 20’720, di cui 500 in Ticino, per uno sport che spazia dal parapendio fino all’ala rigida con motore elettrico.
Le scuole di volo libero sono 72, tre delle quali in Ticino e i voli oltre un milione all’anno. “Se aggiungiamo anche i professionisti, tra voli di istruzione e voli biposto, la cifra raddoppia”, afferma Franco Kessel, istruttore ed esaminatore della Federazione svizzera volo libero.

L'istruttore Franco Kessel
Poi ci sono gli incidenti. “Il problema più grosso è l’errore umano. In questo sport non possiamo praticamente sbagliare. In linea di massima non succede quasi mai rispetto al numero di piloti e al numero di voli che vengono fatti”, dice l’istruttore. Il giudizio di Kessel è però deciso: “Non è per niente uno sport pericoloso se fatto tutto con testa ed entro certi parametri”. Anche lui ammette di aver avuto un incidente.
“Mi sono rotto una caviglia, ma sempre per colpa mia. E in effetti quasi tutti i piloti che fanno un incidente, chiaramente senza conseguenze troppo gravi, riprendono a volare perché coscienti del proprio errore. Questo spiega, secondo me, tante cose. Innanzitutto la passione, perché volare è impagabile, e secondariamente che l’errore umano, se viene riconosciuto, si può correggere”.

La statistica degli incidenti gravi
Infine l’esperto ha riassunto a Prima Ora l’ABC del buon parapendista: “La prima cosa è fare una buona formazione. In Svizzera ci sono tante scuole. Ma a volare per davvero si impara dopo il brevetto, con l’esperienza acquisita adagio adagio negli anni. Non bisogna fare il passo più lungo della gamba”.







