Ticino e Grigioni

Giustizia riparativa, il progetto ATENA e lo spazio di incontro per le vittime

Da gennaio si sono fatte avanti già 25 persone, tra loro anche un uomo. Il progetto è finanziato dall’Ufficio federale per l’uguaglianza

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SEIDISERA del 29 novembre 2025 - Progetto ATENA, la testimonianza di una vittima - Il servizio di Romina Lara

RSI Info 29.11.2025, 19:02

  • Archivio iStock
Di: SEIDISERA- Romina Lara/M. Ang. 

Il “Progetto ATENA” interessa da vicino le vittime di violenza domestica. Il progetto pilota - di cui si è parlato sabato durante un convegno tenuto all’USI - sta ora per compiere un anno. Tra le sue peculiarità c’è il “gruppo ATENA”: uno spazio di incontro per favorire il contatto tra le vittime e l’uscita dall’isolamento. SEIDISERA della RSI ha raccolto la testimonianza di una donna ticinese, che ha vissuto una storia di violenza (l’inchiesta non si è ancora conclusa). 

“Dal primo momento che mi è successo quel bruttissimo evento, nell’estate del 2024, ho dovuto “inventarmi”, perché non c’è un chiaro percorso per chi subisce certe dinamiche e soprattutto per questo blocco culturale con il quale le donne vengono confrontate: pregiudizi, minimizzazione... e alla vergogna che si prova ad aver dovuto subire una cosa del genere dalla persona che oltretutto pensavi di amare”, spiega ai microfoni di SEIDISERA la vittima, sottolineando che grazie al progetto ATENA è possibile incontrare altre persone, fare gruppo, “e così sono nati questi incontri: facciamo diverse cose, siamo andati a vedere la mostra di Frida Kahlo, a mangiare la pizza, facciamo yoga... ogni occasione è un momento meraviglioso di leggerezza, dove trovi una rete di solidarietà con persone che hanno vissuto un dramma... Quello che c’è in questo progetto, in questo gruppo di condivisione, è proprio ritrovare un poco di spensieratezza, sorridere, raccontarsi. E io mi sento coccolata in questa associazione, nonostante ci sia à côté un percorso parallelo dove la giustizia è lentissima. Però dici: vabbè, sono lì, in zona protetta, è la mia zona comfort. Diciamo che se vengo coccolata dall’associazione ATENA è perché sto facendo il percorso giusto e il percorso deve essere veramente condiviso il più possibile”.

SEIDISERA ha interpellato anche Rebecca Simona, coordinatrice e animatrice del progetto ATENA. “Stiamo facendo un’esperienza molto positiva. Abbiamo avuto sia persone che hanno giusto avuto bisogno di confrontarsi con noi, sia persone che poi hanno cominciato a partecipare attivamente alle proposte”, spiega.

Il progetto ATENA, ricorda la coordinatrice, è previsto su due anni. Promosso dal gruppo Giustizia riparativa e finanziato dall’Ufficio federale per l’uguaglianza. Il progetto sta arrivando al cosiddetto giro di boa. Dallo scorso gennaio, quando ATENA è formalmente partito, si sono fatte avanti finora 25 persone. Tra loro anche un uomo. “Si presentano persone con età diverse, persone che hanno subito una violenza unica, persone che hanno subito violenza per tantissimi anni, persone che stanno ancora riflettendo sulla propria situazione. Una persona ci può avvicinare indipendentemente dal suo profilo e dai bisogni che ha”, dice Rebecca Simona.

In circa la metà dei casi la segnalazione arriva inizialmente da un’amica, un familiare o da altri enti presenti sul territorio, servizi ai quali ATENA non vuole sostituirsi. Si tratta di aiutare a fare rete. E un tassello importante è il gruppo di supporto, che offre uno spazio di incontro alle donne. Finora ha proposto una quindicina di attività, alcune inerenti al tema della violenza, altre no. Ma in che cosa è diverso da un gruppo di autoaiuto? “Non siamo terapeuti. L’intento dello spazio che abbiamo voluto creare è uno spazio di incontro ma anche di momenti di leggerezza, svago e qualcosa che fosse un progetto che parte dalle persone che partecipano”, spiega la coordinatrice.

Non c’è un programma fisso né condizioni per partecipare. Non c’è nemmeno bisogno di raccontare la propria storia. “Ci sono donne che arrivano, che hanno bisogno di parlare, parlano molto. Ci sono donne che arrivano e ascoltano. E possono emergere delle situazioni anche solo vedendo una mostra, condividendo un vissuto, un articolo, qualcosa che vediamo nel momento in cui ci troviamo”, dice Rebecca Simona.

E questo in un contesto di giustizia riparativa come aiuta le vittime? “Sentire donne (che magari sono arrivate molto arrabbiate), sentirle ridere, sentirle prendersi spazi per sé, di cura ma di cura anche nel rispetto della diversità delle storie di ognuna e anche dei silenzi, penso che già questo va incontro a quelli che sono i valori della giustizia riparativa di riuscire a vedere l’altro. Quindi se già tra le vittime (a me piace chiamarle donne piene di risorse) c’è un riconoscimento della persona, è già un passo importante verso qualcosa di diverso”, conclude Rebecca Simona.

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