E’ inizio giugno e, come tradizione vuole, ecco che puntuale arriva, nella Svizzera italiana, l’ultimo giorno di scuola. Una giornata di forti emozioni, tra promossi e bocciati, addii ed arrivederci, compagni di classe da salutare e partenze per le vacanze. Ma non solo. Perché andando all’indietro nel tempo, grazie ai servizi su questa giornata dal sapore speciale pescati negli archivi della RSI (che abbiamo montato in questo servizio, ndr.) si possono anche avere delle istantaee, di storia locale e continentale.
Arvigo. Ultimo giorno di scuola del 1986. Dunque circa trent’anni fa. Con la fine dell’anno scolastico, chiude per sempre i battenti anche la scuola elementare. Un fenomeno che, con il progressivo spopolamento delle regioni più periferiche delle valli, sarebbe continuato anche negli anni successivi.
Quattro anni dopo: 1990. Il giornalista RSI, inviato sul piazzale di una scuola ticinese, chiede:“Dove andrai in vacanza?”. Un bimbo timido risponde: “In Jugoslavia”. I compagni ridono. L’emigrazione dai Balcani alla Svizzera era già una realtà. Ma solo un anno dopo, con l’inizio delle guerre jugoslave, sarebbe cresciuta in maniera esponenziale. E la serie di conflitti armati, inquadrabili tra la guerra civile e i conflitti secessionisti, avrebbero coinvolto diversi territori appartenenti alla Repubblica socialista federale di Jugoslavia, fino al 2001, causandone la dissoluzione.
Agno. Ultimo giorno di scuola del 2004. L’atmosfera nella sede scelta dalla RSI è festosa, calcistica, portoghese. E’ l’estate dei campionati Europei di calcio nel paese lusitano, un torneo vinto poi contro ogni pronostico dalla piccola Grecia, 1-0 in finale proprio contro i favoritissimi padroni di casa. Angelos Charisteas annienta Manuel Rui Costa, Cristiano Ronaldo e Deco, scrivendo una delle più belle favole del calcio moderno.
Riva San Vitale. Ultimo giorno di scuola del 2011. Il direttore ed il vice di una delle sedi locali lasciano dopo 35 annate di lavoro fianco a fianco. Gli anni passano “e i tempi cambiano”, dice uno dei due, “e cambiano anche i ragazzi, ma non sono né più cattivi, né più maleducati”, gli fa eco l’altro. “Hanno un linguaggio che a noi anziani ci fa rabbrividire, ma in fondo in fondo sono sempre dei ragazzi”.
joe.p.





