Il prossimo 13 giugno il popolo ticinese sarà chiamato ad esprimersi in merito alla proposta di modifica costituzionale cantonale sulla Sovranità alimentare proposta dal Partito Comunista ticinese. Oltre ai favorevoli, ci sono naturalmente i contrari che la dipingono come un déjà-vu di una proposta già vista nel 2018. Credono inoltre che un possibile successo causerebbe un processo d’erosione delle superfici boschive a favore di campi coltivabili, isolando l’agricoltura di casa in un clima già sensibile al chilometro zero dato dalla pandemia.
Paolo Pamini (UDC) sostiene infatti che il Partito Comunista è riuscito ad abbindolare la popolazione con una proposta bella nel principio, ma non attuabile. La ragione sarebbero di fatto le frontiere; secondo Pamini ciò che non verrà prodotto nel cantone sarà acquistato oltre confine.
Il fronte trasversale, composto anche da Lega, PS, Verdi e PPD parla piuttosto di un “patto di paese” per riequilibrare i rapporti di forza con le grosse industrie agricole e per migliorare il reddito e le condizioni di lavoro degli agricoltori.
Alessandra Gianella, capogruppo PLR, sostiene che “c’è già una sensibilità accresciuta per l’agricoltura locale e per la produzione a chilometro zero, quindi non capiamo perché sia lo Stato ad imporre cosa dobbiamo acquistare”. “C’è un rischio di un aumento dei prezzi che comporterebbe una difficoltà per diverse famiglie ticinesi, che vedrebbero determinati prodotti aumentare di prezzo e di conseguenza questo potrebbe spingere ancora di più il turismo degli acquisti verso ad esempio l’Italia”, aggiunge Gianella, facendo eco a chi crede che il protezionismo locale potrebbe addirittura rivelarsi dannoso.







