Ticino e Grigioni

"Una messa anche per i vivi"

Fra Michele Ravetta, all'indomani della funzione in Sant'Antonio a Locarno: "A La Carità una carezza ha salvato molti dalla disperazione"

  • 10.06.2020, 21:57
  • 4 maggio, 23:14
Fra Michele Ravetta
04:38

CSI 18.00 del 10.06.2020: il servizio di Laura Dick

RSI Info 10.06.2020, 21:57

Di: CSI/L. Dick/M. Ang. 

“Quando è morto il primo paziente da noi a Locarno, poco più che quarantenne, ci siamo detti: vedete, il virus non guarda in faccia a nessuno”. La memoria di quel periodo è ancora viva nella mente di Fra Michele Ravetta del Convento di Bigorio. Dal 16 marzo al 1° maggio ha coordinato e fornito assistenza spirituale a oltre un centinaio di pazienti nel reparto COVID–19 alla Carità di Locarno. Insieme a lui c’erano don Jean-Luc Farine e don Marco Nichetti, che, proprio ieri, hanno celebrato una messa nella chiesa di Sant’Antonio a Locarno. Una funzione organizzata per chi non ha potuto assistere ai funerali di conoscenti e amici, che erano stati organizzati in forma privata durante i mesi dell’emergenza coronavirus. E’ stato, però, anche il momento per ringraziare coloro che - in quel periodo - erano di turno in ospedale.

“Si voleva fare memoria di chi non c’è più, e di chi c’è ancora. E di chi sarà chiamato comunque ancora a lottare per la vita”, sottolinea Fra Michele. “Non una messa da morto, ma una messa per i vivi.” Il suo è un messaggio di speranza: che questa crisi possa insegnarci qualcosa e rivedere il nostro rapporto con gli altri, ci dice, a guardare le persone che abbiamo accanto con occhi nuovi e che dovremmo forse imparare ad amare e rispettare ancora di più.

“È stato un momento di grande commozione”

Siamo ormai nella terza fase di questo lockdown. Forse la memoria di quei giorni di marzo e i successivi inizia ad essere lontana. Eppure, è importante non dimenticare cosa è successo. “Abbiamo avuto la possibilità di incontrare persone che sono entrate ricoverate in coppia e ne è uscito uno solo, quindi da coniugati a vedovi, in pochi giorni”, racconta Fra Michele Ravetta. “È stato un momento di grande commozione, penso che nessuno di noi ha nascosto le lacrime di fronte a questi avvenimenti.”

Inizialmente solo, i numeri dell’emergenza crescono vertiginosamente. Fra Michele Ravétta è così affiancato da due altri cappellani, per offrire una disponibilità di 24 ore su 24. Una collaborazione con l’ospedale che ha funzionato bene. I tre cappellani sono stati ben integrati nel team sanitario: eravamo colleghi a supporto di colleghi, conferma il coordinatore. Esperienza nuova, invece, quella del contatto con i pazienti: obbligatorie erano infatti tute, mascherine e guanti da protezione. “È difficile instaurare una relazione di aiuto quando si vede metà faccia”, spiega Fra Michele, “quando la persona piange, la modalità più opportuna è il silenzio, ma è importante tenere la mano. Nel limite del possibile anche fare una carezza: è un gesto di tenerezza che in quel contesto di pandemia ha salvato molti dalla disperazione, perché le nostre mani supplivano le mani dei famigliari”.

Famigliari che Fra Michele, insieme ai suoi due colleghi, ha accolto e accompagnato anche nei momenti più difficili del ricovero. “Il covid ci ha messo davanti all’impossibilità di vivere il lutto. Ti trovi a raccogliere pezzi di persone andate in frantumi”.

Un virus che non risparmia nessuno

All’inizio della pandemia, si parlava spesso di una mortalità che colpiva solo una certa fascia di età. Come si è sentito al riguardo? “Erano nate tutte una serie di riflessioni pregiudizievoli: "Se ci sono malattie pregresse è normale che muoiano", abbiamo sentito dire, ma non è normale proprio per niente!”, risponde Fra Michele Ravetta. “Ci sono anziani che lottano per anni contro un tumore e poi muoiono di coronavirus. Ognuno ha delle battaglie personali da condurre. Abbiamo cercato di restare lontani dal cinismo e ci siamo interrogati sul fatto che sarebbe potuto arrivare anche un bambino. Anche a guardare le radiografie da profani”, aggiunge “ti rendevi conto che quei polmoni stavano per collassare”.

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