Delle campagne del Somaliland non resta nulla
Delle campagne del Somaliland non resta nulla (RSI/Lucia Mottini)

Diario di viaggio da Somaliland

Reportage dal paese del Corno d'Africa bruciato dalla siccità - QUARTA PUNTATA

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L'11 aprile la Catena della solidarietà ha indetto una giornata di raccolta fondi destinati all'Africa, confrontata con gravi problemi di carestia. Dalle 7.00 alle 22.00 oltre 300 volontari raccoglieranno le promesse di donazione presso gli studi della SSR a Lugano, Coira, Zurigo e Ginevra. La RSI parteciperà all'iniziativa con una giornata speciale su Rete Uno condotta da Carla Norghauer. Vi proponiamo, in vista di questo appuntamento, un diario di viaggio in uno dei paesi maggiormente colpiti.

L’ONU e numerose ONG danno l’allarme: la carestia minaccia 20 milioni di persone. Se non si agisce subito, ci troveremo davanti alla peggiore catastrofe umanitaria dalla seconda guerra mondiale. Quattro i paesi dove la crisi alimentare è più grave: il Sud Sudan, lo Yemen, la Nigeria nel nord-est e la Somalia, al sud e al nord, nello staterello autonomo, anche se non riconosciuto, del Somaliland. È da lì che la nostra inviata Lucia Mottini ci manda il suo diario di viaggio.

Davvero c’è gente che soffre la fame e la sete? Davvero sono milioni? C’è chi pensa che siano fake news, forse per non vedere una realtà che fa male. Ho avuto la possibilità in questi giorni di vedere con i miei occhi una porzione di questa realtà. E come spesso succede, ho scoperto che non si possono fare semplificazioni. Non ho visto persone morte di fame o di sete, non ancora. Ho visto però famiglie intere che hanno perso tutto, dopo tre anni di siccità. Tutto quello che avevano, la loro "ricchezza", era il bestiame, soprattutto capre e pecore: abbiamo visto le loro carcasse disintegrarsi nella sabbia arida. Abbiamo anche visto le cisterne d’acqua vuote. Abbiamo sentito l’angoscia di donne e vecchi di fronte al futuro: un futuro che non è l’anno prossimo, ma tra una settimana. Senza pioggia, la sete, prima della fame, avrà la meglio su di loro e sui loro figli. C’è urgenza. Ma nemmeno la pioggia non porterà in vita la loro unica fonte di sostentamento: la mandria che hanno perso. Molto avrebbe potuto essere fatto prima per evitare questa situazione estrema. Ma la fame – che non è fake news – non è nemmeno breaking news: è un processo sornione che avanza lentamente e che non fa notizia se non quando è troppo tardi. Nella siccità del 2011 in Somalia morirono oltre 250'000 persone: se ne parlò a giugno. Ora siamo in aprile: non chiudiamo gli occhi.

Al mercato di Hargeisa
Al mercato di Hargeisa (RSI/Lucia Mottini)

8 aprile 2017: Hargeisa, capitale del Somaliland

È forse presuntuoso dire che abbiamo portato la pioggia? Ma non lo diciamo noi: lo afferma il nostro tassista con una gioia cristallina quando sui vetri cadono le prime gocce. Abdersack è certo felice anche per il guadagno che gli portiamo in questa giornata: un gorgo di parole in somalo che chiude con un "I’m very happy, welcome to Hargeisa!". Poco prima la pioggia era stata annunciata da un turbine di polvere che d’improvviso aveva ingiallito il cielo. Ma queste gocce non sono durate qui a Hargeisa, cittadina di casette basse, a volte con un guizzo arabeggiante, sacchetti di plastica sparsi ovunque, caprette in ogni angolo, a rincorrersi o anche inginocchiate sui gradini di casa come cagnolini. Caprette che hanno invaso la città con i primi profughi che hanno lasciato le terre inaridite, i più fortunati nella sfortuna, visto che hanno salvato un po’ di bestiame. La capitale di questo paese autoproclamato dal 1991 ma non riconosciuto dalla comunità internazionale, si è gonfiata con il progredire della siccità: gli abitanti sarebbero ora – ma nessuno ha le cifre esatte – quasi un milione, con un peso accresciuto per le famiglie che accolgono i parenti di campagna. È lì, nelle campagne, che andremo a incontrare chi – con la grande "livellatrice" – ha perso tutto o quasi.

 

9 aprile 2017: Sulla pista di Burao

 

"Sima", la "livellatrice": così gli abitanti di questa terra ormai semi-desertica hanno battezzato l’attuale siccità. "Sima", perché pialla ogni differenza, portando queste famiglie di pastori tutte sullo stesso piano. Avevi 20 pecore? Te ne restano due. Ne avevi 100? Te ne rimangono 4, come è successo a Inda.

Inda con il suo foulard verde: non cibo, ma l'acqua...
Inda con il suo foulard verde: non cibo, ma l'acqua... (RSI/Lucia Mottini)

È tra i pochi abitanti ad essere rimasta nel suo villaggio, con il marito e quattro figli di 5, 3, 2 anni e l’ultimo appena nato: dimostra 45 anni, ma ne deve avere venti di meno. Ai piedi dell’albero secco che ci fa scarsa ombra, affiora ancora la carcassa di Skinny, questo il nome di una delle sue pecore: tutte ne avevano uno.

 

Ora il sole le tramuta in sabbia senza che rilascino più il minimo odore. Latte per il piccolo ne ha, dice Inda, ma quello che davvero manca qui è l’acqua: il punto di rifornimento più vicino è a 50 chilometri. Occorre che passi un camion per riempire le loro cisterne. L’ONG Save the children prende nota, ma chissà quanto dovranno aspettare in questo piccolo villaggio: tutto va coordinato e le priorità stabilite, affinché gli aiuti non diventino caotici. Per fortuna, qui c’è condivisione, è nello spirito di questa comunità: e così anche attraverso la solidarietà, questa siccità merita il nome di "Sima".

Nura con il figlio Roble Abdì, 18 mesi
Nura con il figlio Roble Abdì, 18 mesi (RSI/Lucia Mottini)

10 aprile 2017: L’ospedale dello sconforto

Il volto della fame lo vediamo qui: nella clinica pubblica Burao Nutrition Stabilisation Center. Madri dai grandi occhi covano con lo sguardo i loro piccoli stesi sui letti o posati su una coperta per terra. Ad alcuni, che non hanno la forza di mangiare, è stata messa una sonda. Fra questi c’è anche Roble Abdì, un anno e mezzo, visibilmente sotto peso: soffre di diarrea dovuta alla cattiva qualità dell’acqua. Un grande cerotto sulla tempia tiene fermo il sondino. Ma quando cercano di introdurre il nutrimento, piange e dopo poco vomita tutto. Madre e figlio per venire qui hanno affrontato un lungo viaggio, fin dal confine etiope. Ma in sei giorni di ricovero, la madre non vede miglioramenti. Ma ha un volto ancora più cupo la giovane Havrà, seduta su una coperta nel patio, con la piccola Ayen. La bambina è quasi pronta per andare a casa, ma è quanto la madre sembra temere: di tutto il bestiame, rimangono solo cinque pecore. Come farà a mangiare tutta la famiglia? Roble Abdì, Ayen, non sono casi isolati.

I casi di malnutrizione grave sono in aumento
I casi di malnutrizione grave sono in aumento (RSI/Lucia Mottini)

Da 3 a 5 nuovi pazienti arrivano ogni giorno, ci dice il medico. E sul telone riassuntivo, nel suo ufficio, si legge quanto segue: "nuovi casi:  gennaio 33; febbraio 43; marzo 63".

11 aprile 2017: La gioia è una cisterna piena d’acqua

Dal villaggio di Ununley arrivano prima, piano piano, le donne, poi di corsa i bambini, spingendo le carriole a tutta velocità. Su ogni carriola, due taniche gialle – ancora vuote, ma non per molto! Come ogni giorno, da due settimane, fedele all’appuntamento arriva l’autobotte dell’ONG Save the Children per riempire la cisterna situata all’esterno del villaggio: deve infatti servire non solo le 1200 famiglie che vi abitano, ma anche  le ottocento famiglie nomadi accampate nei dintorni, spinte fino a qui da due anni di siccità.

Una siccità mai vista in 70 anni di vita, dice Abdullaye
Una siccità mai vista in 70 anni di vita, dice Abdullaye (RSI/Lucia Mottini)

Malgrado il sole che picchia, la gioia è palpabile, soprattutto fra i bambini. Si dimentica la durezza del momento, "perché l’acqua è la vita", proclama solenne Feres: il suo maestoso pancione indica che la famiglia presto si allargherà. Per ognuno, 7 litri e mezzo devono bastare: appena di che preparare due pasti e fare le abluzioni, confida un uomo la cui barbetta gialla di henné indica un’osservanza religiosa stretta. Si rinuncia per forza al bagno e al bucato. Un po’ di acqua va anche riservata alle bestie, le poche rimaste. Ecco infatti l’asino che timidamente si avvicina e affonda il muso nell’apposito bacile.

Feres L'acqua è vita!
Feres L'acqua è vita! (RSI/Lucia Mottini)

L'intervista

Come gestire le risorse ambientali di un paese colpito da tre anni dalla siccità? È il rompicapo cui è confrontata la ministra dell’ambiente del Somaliland Schukri Ismàil. I mezzi finanziari del paese del Corno d’Africa, che si è autoproclamato indipendente dalla Somalia nel 1991 ma che non ha ottenuto riconoscimento internazionale, sono estremamente limitati e l’ambiente non è in generale considerato una priorità. Eppure questa siccità che ha distrutto la base economica del paese, l’allevamento, dimostra come sia il momento di cambiare. Lucia Mottini e Jost von Reding di RTS, hanno incontrato la ministra al ministero dell’ambiente di Hargeisa, capitale del Somaliland. Una personalità politica, Shukri Ismàil, che non nasconde le difficoltà non solo ambientali, ma anche gestionali del suo paese. E che fa appello alla solidarietà internazionale.

Schukri Ismàil
Schukri Ismàil (RSI/Lucia Mottini)

Signora ministra, ci faccia prima di tutto un quadro della situazione. Quanto è grave questa siccità per il Somaliland?

Stiamo patendo la siccità da tre anni. Già nel 2011 avevamo avuto una siccità ma in un’area specifica. Ma dal 2015 sono state colpite un numero enorme di persone, nell’agricoltura e nella pastorizia: hanno perso quasi tutto il loro bestiame. E di conseguenza anche l’economia del Somaliland è sofferente, poiché è basata per oltre il 65 percento sui prodotti dell’allevamento. Un altro 8-10 percento è legato all’agricoltura. Finora ha piovuto poco e solo in poche zone. Cerchiamo aiuti  presso la comunità internazionale che ci è venuta in soccorso solo tardivamente a partire da metà gennaio. Da metà febbraio il movimento si accelera ma quello che potrà dare l’ONU non è sufficiente: speriamo che anche la popolazione ci dia un aiuto. Se non pioverà entro una settimana saremo davvero nei pasticci. Se la siccità colpirà più di cinque regioni del paese, saranno numerosissime le famiglie che si sposteranno verso i villaggi, creando gravi tensioni intorno alle risorse.

Lei ha detto che il bestiame è la maggior risorsa del paese. Però non crede che sia anche responsabile della desertificazione, a causa dell’eccessivo sfruttamento dei pascoli?

È vero, i pascoli sono troppo sfruttati e lo è l’ambiente in generale. Dobbiamo per forza avere un ambiente sano per la sopravvivenza del bestiame altrimenti avremo ancora problemi. Ma fuori come dentro al paese non si guarda all’ambiente come a una priorità.

C’è da dire che siamo uno stato giovane. Non abbiamo accesso ai fondi multilaterali. Le entrate fiscali sono insufficienti per le necessità del paese. Almeno il 45 percento delle risorse è speso per mantenere la pace e la sicurezza. Quello che rimane non è sufficiente per i servizi di base, come educazione, sanità…quindi, l’ambiente rimane il fanalino di coda. Ma questa volta davvero è suonata la sveglia: dobbiamo fare qualcosa, altrimenti avremo ancora grossi problemi.

I paesi industriali, l’occidente come la Cina, sono responsabili della maggior parte delle emissioni che provocano il cambiamento climatico. Considerate che in qualche modo vi debbano un aiuto?

In qualche modo; ma siamo tutti responsabili dei cambiamenti climatici: anche noi! La deforestazione l’abbiamo fatta anche noi. Dobbiamo lavorare tutti insieme per affrontare questo problema. Il mondo è diventato un villaggio: quello che succede in un luogo influenza quello che accade altrove. Dobbiamo cooperare, anche per quanto riguarda lo sfruttamento delle risorse. Bisogna davvero ripensare la relazione che abbiamo con l’ambiente. Ad esempio all’impatto che ha la produzione del carbone sulla deforestazione. Dobbiamo promuovere le energie alternative per proteggere gli alberi. Dobbiamo anche educare i bambini nelle scuole. Dobbiamo davvero svegliarci e dobbiamo anche nello stesso tempo diversificare le nostre fonti di reddito perché siamo troppo dipendenti dall’allevamento.  Cambiare il modo di coltivare. Dobbiamo fare tanto. Abbiamo poche risorse ma cerchiamo di aiutare soprattutto i bambini con del cibo. Abbiamo anche alcune autobotte per l’acqua e assicuriamo delle cure, ma è molto al di sotto dei bisogni.

Qual è l’obbiettivo numero uno che vorrebbe vedere raggiunto a lungo termine dal suo paese?

L’acqua, per prima cosa! Dobbiamo sviluppare tecniche di raccolta dell’acqua. E dobbiamo anche avere un programma di gestione della terra, perché il suolo è molto degradato. Insegnare a diversificare le colture ad esempio. Occorre recuperare i pascoli che abbiamo perso, grazie a un sistema di rotazione che faccia riposare la terra.

Si può dire che la siccità abbia messo in ginocchio il Somaliland come stato?

Sì, si può dire. Perché gli ultimi tre anni sono stati per noi una vera devastazione.

Modem dell'11 aprile con reportage di Lucia Mottini

 
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